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domenica 16 giugno 2013

'Un pagamu al RiaceInFestival

'Un pagamu sarà proiettato al RiaceInFestival il 30 giugno alle ore 18.
 In questa occasione mi consegneranno il premio "Gianluca Congiusta"

Riace Festival

Ringrazio l'associazione ed il festival

sabato 17 marzo 2012

In memoria di Donato Bergamini

di Claudio Metallo

L'inchiesta su Donato Denis Bergamini è stata riaperta e nella puntata del 14 dicembre 2011, la trasmissione Chi l'ha visto ha dato conto degli sviluppi. In studio, c'erano la mamma ed il papà del calciatore ed il loro avvocato. Molte delle questioni portate ieri all'attenzione della pubblica opinione, in realtà erano già state sviscerate nel libro di Carlo Petrini Il calciatore suicidato edito da Kaos Edizioni. Cos'è successo a Donato Bergamini? Il 19 novembre 1989 muore il forte centrocampista del Cosenza di quegli anni che fu tra i protagonisti della storica promozione in serie B della stagione '87-'88. Dopo ventiquattro anni la squadra ritrovava la serie cadetta guidata da Gianni Di Marzio che aveva sostituito (non si sa bene perché) Franco Liguori, provocando una dura reazione dei giocatori che avevano deciso di non presentarsi agli allenamenti. Protesta rientrata dopo le minacce del presidente dell'epoca Carratelli. Donato Bergamini è nato a Boccaleone in provincia di Ferrara, arriva a Cosenza nella stagione '85-'86. A soli 27 anni muore sulla statale 106, all'altezza di Roseto Capo Spulico. La sua presunta fidanzata disse che il calciatore si era tuffato sotto le ruote di un camion che passava sulla strada. In città c'è grande commozione. Molti dei compagni di squadra giurano che l'ipotesi del suicidio è inverosimile perchè "Donato era un ragazzo pieno di vita". Bergamini era considerato uno dei giocatori più rappresentativi della squadra, alla stregua del suo migliore amico Michele Padovano, al punto che dopo la sua morte la curva sud venne intitolata proprio al giocatore ferrarese. Il camionista calabrese che guidava l'autoveicolo è stato assolto dall'accusa di omicidio. L'inchiesta della magistratura non portò a nessuna verità comprovata, ma aprì una serie di voragini. Ad esempio, la "fidanzata" di Bergamini andò con un'auto di passaggio fino ad un bar ad avvertire prima sua madre e poi i giocatori in ritiro pre-partita e si trattenne al telefono con uno di essi Francesco Marino. Qui cominciano le incongruenze perché la ragazza non accennerà a questi particolari che verranno scoperti solo dopo, il camionista investitore cambierà la sua versione dei fatti un paio di volte. I giocatori del Cosenza, compreso il coinquilino e grande amico di Bergamini, Padovano, non daranno nessun aiuto all'inchiesta. Il caso si chiuderà in un nulla di fatto, anche se l'indagine non riuscì a dimostrare né il suicidio, né l'omicidio. Alcuni giornali durante l'inchiesta comincieranno a parlare delle influenze della'ndrangheta cosentina sulla squadra. Anni dopo l'ex potente boss Franco Pino dichiarò di aver truccato una partita (Cosenza-Avellino) e come garanzia di aver tenuto in ostaggio la moglie di un giocatore della squadra avversaria al San Vito. Il dubbio che emerge è che la morte di Bergamini sia un omicidio collegabile ad un traffico di droga messo in piedi dalla criminalità cosentina. La macchina che il calciatore usava, una maserati bianca, era piena di doppi fondi ed intercapedini dov'era possibile nascondere qualsiasi cosa. Il padre di Bergamini, Domizio, ascoltato dal magistrato il 2 dicembre 1989 riferisce di una telefonata, ricevuta nella loro casa di Boccaleone, che aveva messo in grande agitazione il figlio che addirittura, secondo la testimonianza, "...era paonazzo, sudava ed alla attaccatura dei capelli aveva delle bollicine come dopo una profonda e intensa emozione." L'altro fatto strano è che nel giorno della morte Bergamini andò al cinema "Garden" con il resto della squadra, ma fu prelevato da due uomini a metà del film o almeno così risulta secondo alcune non provate testimonianze. Di sicuro il giocatore sparì dal cinema, non tornò nel ritiro e poi fu trovato morto sulla statale 106. A dire dei giocatori nessuno si accorse della sua assenza. In questa vicenda il problema che fa nascere vari sospetti è proprio questo: ci sono testimonianze che poi vengono cambiate, lettere anonime e non che cercano d'indirizzare sul totonero le indagini, una di queste arriva alla procura di Castrovillari, un'altra lettera indirizzata a Domizio Bergamini parla del coinvolgimento della presunta fidanzata di Donato e di un dirigente del Cosenza in un traffico di droga. Il dirigente consegnava una scatola di cioccolatini al calciatore che la passava alla ragazza e poi la scatola si ritrovava nel pullman del Cosenza che portava i giocatori in trasferta. La lettera continuava sostenendo che Donato l'aveva aperta e non avrebbe dovuto farlo. Depistaggi? Inoltre l'avvocato della famiglia del calciatore fece analizzare ad un perito, il professor Antonio Dell'Erba, i risultati dell'autopsia sul corpo di Donato. Tra gli elementi mancanti per un'accurata analisi, c'erano i vestiti indossati dal giocatore che hanno una storia abbastanza incredibile: i genitori non riescono a farseli ridare dall'ospedale dove fu portato il ragazzo. Padre Fedele, secondo Domizio Bergamini, gli avrebbe detto che Donato era stato ucciso e la prova era nei vestiti. Dopo qualche tempo le scarpe di Bergamini vengono consegnate alla famiglia grazie a Domenico Corrente, factotum della squadra, con la preghiera di non farlo sapere a nessuno. Le scarpe sono intatte e pulite e lo dimostrano anche le foto scattate dopo l'incidente dai carabinieri e mostrate ieri a Chi l'ha visto?. Nelle foto si vede il corpo di Bergamini intatto, con un gilet di raso intatto. Com'è possibile che un uomo investito da un camion e trascinato per sessanta metri sia perfettamente vestito e senza un graffio? Un magazziniere del Cosenza, Alfredo Rende, aveva chiamato i genitori per dirgli che voleva parlare con loro della morte del figlio: anche lui morì sulla 106 Jonica insieme a Corrente travolti da un camion che sbanda e distrugge la loro macchina. Questa è una vicenda tragica senza verità in cui un ragazzo muore e senza che i suoi familiari riescano a sapere cosa sia successo. Una storia di omertà dove sembra chiaro che chi sa qualcosa tace e chi sospetta e potrebbe essere utile non si fa avanti. Vorrei concludere citando il libro di Carlo Petrini che ha cercato di mettere in fila questi fatti in maniera completa, a cui mi sono rifatto per scrivere queste righe e di cui consiglio la lettura: "Sulla morte di Bergamini è stata fatta un'inchiesta superficiale, piena di buchi e di errori, che ha dovuto fare i conti con un muro di omertà costruito all'interno della squadra". L'altra cosa che mi fa venire il voltastomaco ripensando a questa vicenda è che nessun giornalista sportivo ha avuto il coraggio d'indagare su questa storia, di ricostruire la vicenda, di cercare di restituire qualcosa ad un ragazzo di 27 anni morto tra inganni, bugie e silenzio. Molti giornalisti sportivi dell'epoca, d'altronde, sono gli stessi che hanno nascosto ed alimentato la cosidetta calciopoli e che fanno a gara ad arruffianarsi i vari potenti del pallone. Persone che rispettano la volontà superiori di tenere tutte le questioni scomode, come questa, fuori da qualsiasi possibile svelamento nel mondo dorato del calcio.

lunedì 12 marzo 2012

Canta che non passa. la musica della 'ndrangheta


di Claudio Metallo


Il 4 maggio 2010, a Rosarno viene arrestato Antonio Magnoli. Ricercato, a livello internazionale, per aver violato la legge sugli stupefacenti e per associazione a delinquere. Questo recitano i comunicati stampa. Sicuramente non era ricercato per detenzioni di erba ad uso personale, ma più probabilmente per raffinazione di stupefacenti e narcotraffico. Staremo a vedere, però è curioso che questo personaggio sia stato arrestato proprio a Rosarno, o meglio è strano che un italo francese (Magnoli è nato ad Antibes, vicino Cannes) abbia scelto la piana di Gioia Tauro ed in particolare Rosarno, per la sua latitanza.

Su Antibes, Victor Hugo scriveva: "Qui tutto splende, tutto fiorisce, tutto canta.". Nonostante un detto di 'ndrangheta reciti: «Davanti alla gran curti non si parra, pochi paroli e cull'occhiuzzi 'nterra, l'omu chi parra assai sempre la sgarra! Culla sua stessa lingua s'assutterra», anche in Calabria si canta e si ascolta la radio. A Rosarno dove c'era una stazione in fm, Radio Olimpia, a disposizione dei clan per mandarsi messaggi in codice, tramite dediche o canzoni specifiche. Giustamente, fa notare Claudio Cordova (http://claudiocordova.wordpress.com/) in un suo articolo, Lezioni di mafia, radio abusive, donne cassiere. Il clan Pesce di Rosarno, come, questa, sia l'ennesima prova della fusione tra arcaicità e modernità della 'ndrangheta. Inoltre c'è da notare che le donne del clan sono di più e hanno maggior peso di quelle della nuova giunta regionali Scopelliti.

A Rosarno questo inizio di maggio è stato parecchio movimentato. Oltre all'arrivo in pompa magna dei sindacati per il 1° maggio, ci sono stati una raffica di arresti e di sequestri di beni mafiosi. Gratteri ha, giustamente, ricordato al ministro (sic!) La Russa che il governo non c'entra nulla con questi, così detti, colpi inferti alle cosche. Visto che le indagini le fa la magistratura e gli arresti gli sbirri. A me piace immaginare, anche se non è così, che questa disarticolazione delle cosche rosarnesi dei Pesce-Bellocco, sia un omaggio a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista di Rosarno, a trenta anni dal suo omicidio, avvenuto il 10 giugno del 1980, dopo la vittoria alle elezioni amministrative.

Non esistono canzoni dedicate a Peppe Valarioti, ma ne esiste almeno una dedicata a Gregorio Bellocco ed è contenuta nel disco Pensieri di un latitante. La canzone descrive le presunte virtù di questo boss, che prima dell'arresto era nella famigerata lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il testo racconta di come i fiumi si siano prosciugati dopo l'ingiusto arresto di questo galantuomo, ritenuto mandante dell'omicidio di Franco Girardi, colpevole di non aver protetto adeguatamente la latitanza di Antonino Bellocco, facendolo arrestare.
Pare che, la canzone dedicata al capomafia rosarnese, sia stata scritta e cantata dal cugino Giuseppe Bellocco, all'epoca latitante ed arrestato nel 2007.
Questo fatto indica che molte delle canzoni delle 'ndrangheta vengono registrate in maniera amatoriale, anche perché, ormai, la tecnologia permette di registrare con una buona qualità audio, anche in casa.

Esistono anche delle etichette che si occupano di distribuire cd con i canti di malavita. Ad esempio a Reggio Calabria c'è l' Elca sound che dice di pubblicare questi dischi per ragioni folcloristiche e commerciali, visto che questo materiale si vende benissimo anche all'estero. Ad esempio, tra il 2000 ed il 2005, fece scalpore l'uscita della raccolta musicale sui canti della 'ndrangheta: La Musica della mafia. Nei tre cd che componevano la raccolta c'erano i pezzi storici del repertorio, diciamo, malavitoso calabrese. Brani che si potevano ritrovare in cd e musicassette in vendita sulle bancarelle di mezza Calabria, durante fiere, mercati e feste patronali. La raccolta vendette, solo tra Germania e Francia, circa 150000 copie e suscitò l'interesse dei media stranieri. I giornalisti di questi due paesi, cominciarono a scrivere che queste raccolte, in Italia, venivano censurate e montarono un caso sulla libertà di espressione. Tutto ridicolo, visto che quei brani hanno sempre circolato liberamente, nonostante, alcuni di essi, travalichino ampiamente l'apologia di reato. Francesca Viscione, autrice del libro La globalizzazione delle cattive idee, mafia musica e mass media, spiega, in un'intervista rilasciata per il blog La voce di Fiore: "Gli attacchi dei giornali d'oltralpe al nostro Mezzogiorno furono violentissimi e strumentali. Gli abitanti furono definiti rozzi, violenti e brutali. I tedeschi, purché non andassero sull'Aspromonte, potevano starsene tranquilli (!) a casa loro. Amanti della musica etnica e della cultura selvaggia e ribelle ballarono tarantelle mafiose. Pestando i piedi su quelli che, credevano, fossero solo morti nostri."
Nel catalogo della casa discografica reggina, Elca Sound, ci sono vari artisti, tra cui Otello Profazio e c'è anche una meritoria pubblicazione di Fred Scotti (conosciuto anche come Ciccio Freddi Scotti), autore di Tarantella guappa, ripresa anche nel bellissimo disco di Daniele Sepe, Jurnateri. Scotti, il cui vero nome era Francesco Scarpelli, fu ucciso per aver infastidito la moglie di un guappo cosentino, il 13 aprile del 1971. Sempre nel catalogo Elca c'è anche il disco di un simpatico giovanotto Angelo Mauro. Acquistando il suo cd si partecipa ad uno straordinario conocorso: Angelo Mauro a casa tua. Il concorso è, purtroppo, scaduto nel 2009.

Esiste tutta una tradizione di canzoni dedicate ai carcerati, ai delitti d'onore che effettivamente, ci piaccia o no, rientrano nei canti tradizionali, come le ballate dedicate al brigante Giuseppe Musolino, in cui egli appare come un uomo vittima di un' ingiustizia, mentre invece era un noto prepotente e mezzo 'ndranghetista. Sempre Francesca Viscione ci dice a proposito della tradizione popolare: "Quando si parla di cultura popolare si parla di una cultura millenaria, e soprattutto di una cultura estremamente condivisa.". Quella dei briganti e del brigantaggio, si può considerare, indubbiamente, "cultura estremamente condivisa". Tra l'altro , proprio Musolino, è stato interpretato dal bello dei melodrammi italiani degli anni '50, Amedeo Nazzari, nel film Il Brigante Musolino (1950) di Mario Camerini. La protagonista femminile del film è, invece, Silvana Mangano. A livello storico, il lungometraggio, in pratica conserva solo il nome del protagonista.

Oltre a cantanti come Angelo Mauro o Frank Vagabondo, l' Elca produce anche musicisti che descrivono la vita del latitante, le regole della 'ndragheta, che cantano le prodezze di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che arrivarono in Calabria, Sicilia e Campania per fondare "li regoli sociali", come canta El Domingo in una sua canzone 'Ndrangheta, camurra e mafia, che racconta l'affiliazione di un giovanotto in maniera dettagliata, nella falsa ottica delle fandonie di queste organizzazione criminali. Non voglio fare l'apologia de El Domingo, però devo ammettere che ha una bellissima voce a differenza di altri cantori di malavita che non si possono ascoltare e che fanno sorgere un sentimento di vendetta per l'offesa recata alla  musica. Oltre a questo cantante con nome d'arte spagnoleggiante, ci sono altri cantanti della mafiosità e ci sono soprattutto i cd. Alcuni titoli: Cu sgarra paga! Un disco che ha in copertina un uomo morto ammazzato con la camicia sporca di sangue. Tra i titoli delle canzoni, non possiamo non notare: Appartegnu all'onorata, E diventai picciottu e l'indimenticabile Sangu chiama Sangu. Contenuti anche ne La Musica della mafia. L'inizio dell'ultimo pezzo citato (Sangu chiama Sangu) è fantastico: ci sono due tizi che si parlano prima di un duello col coltello il dialogo tra due finisce con Roccu 'u calabrisi che dice a Turi 'u palermitanu "Porto 'na 'mbasciata pe' cuntu 'i me frati. 'Nfami" e poi la canzone prosegue: "Non eri malandrinu, ma tradituri. Non eri camurrista, ma deliquenti.", insinuando l'idea che il maladrino non è traditore e che il camorrista non è un semplice delinquente, ma uomo d'onore che rispetta le leggi non scritte, ma giusta delle 'ndrine.  Altri titoli che non passano inosservati sono Vangelu 'i malavita, ma anche I tre cavalieri di Spagna oppure Onorata Società  che contiene i brani: Riconoscere la società e Comu se forma se sforma. Comunque, tra i titoli delle canzoni, secondo me, vince Mori Carogna. Questi titoli danno il senso di come, le canzoni della 'ndrangheta non siano semplici inni, ma appartengano di fatto alla cultura (in senso aulico) mafiosa. Ad esempio nel pezzo Cu sgarra paga, si racconto di una riunione in cui si decide di uccidere 'un infame'. Nel brano si parla esplicitamente del fatto che ci sono alcune violazioni che possono essere perdonate pagando pegno e si chiamano trascuranza, in altri casi, come denunciare un mafioso, si paga con la vita. Effettivamente esiste questo sistema di leggi interne alla 'ndrangheta per le trascuranze si può arrivare fino all'espulsione dalla società (cosa che non avviene, quasi, mai, di solito si può uscire solo morti), passando per il pagamento di un' ammenda e altro. Lo sgarro dell' infamità è punito, come scrivevo prima con la morte.

I temi trattati sono sempre gli stessi, l'infame che parla e paga, le forze dell'ordine senza onore ed in particolare si persegue l'inganno che gli 'ndranghetisti siano  'uomini migliori', che fanno e ricercano il bene per loro, i familiari, ma anche per il popolo. Una sonora falsità o se preferite un' onorata falsità. Una bugia costruita ad arte, visto che la forza della 'ndrangheta sul territorio si forma con la paura e la violenza e che, con la complicità di gran parte della classe politica calabrese ed imprenditoriale (del Sud e del Nord), il diritto si è trasformato in favore, in piacire. Ricordava Antonio Nicaso, nel libro La Malapianta, scritto con Gratteri, che anche i cani capiscono che bisogna tenere pulita la propria cuccia. Invece, gli 'ndranghetisti, che si fanno omaggiare con canzoni e ballate, guadagnano miliardi di euro facendo rimanere la Calabria una delle regione più povere d' Europa e ne inquinano fiumi, mari, laghi e montagne.  Altro che Appartegnu all'onorata. Loro possono permettersi di ascoltare queste belle canzoni nei mari più limpidi del mondo, lontani dalle coste che hanno cercato di distruggere con risultati, purtroppo migliori di molti cantanti impegnati ad esaltarne le gesta.