L'avvelenata-cronaca di una deriva finalmente online!!!
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martedì 7 novembre 2017
martedì 20 dicembre 2016
Marano: creatori di dolcezze
Il breve trailer di Marano: creatori di dolcezze https://vimeo.com/194150313
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sabato 7 giugno 2014
Presi a calci-tre storie di futbol
Ecco la copertina del mio nuovo libro: Presi a calci-tre strorie di futbal
A breve su ordinazione in libreria, su IBS e sul sito di Pietre Vive editore
dalla postfazione di Claudio Dionesalvi:
"... La “pallonità” è l’attitudine onirica, individualizzante, esistenziale, che ci spinge a vivere simultaneamente la nostra giornata e quella dei colori sociali a noi cari, senza scindere mai completamente un gol da un orgasmo, un lutto da una sconfitta, un dribbling dalla corsa a ostacoli che ogni giorno dobbiamo affrontare per arrivare vivi al crepuscolo. È una “modificazione di coscienza”, ci permette di uscire dal ritmo ordinario dei pensieri per trasmigrare verso i territori improbabili ma allettanti di un campetto in terra battuta o su verdi praterie in profumata e umida erbetta inglese. Nel repertorio cinematografico recente, il miracolo di intrecciare la dimensione umana e quella pallonara è riuscito al Ken Loach de “Il mio amico Eric”. Anche nei diversi generi della narrativa contemporanea, la medesima operazione trova mirabili esempi. I racconti qui proposti da Claudio Metallo rientrano a pieno titolo in siffatta letteratura. Le tre gustosissime storie che ci offre in questa raccolta, non si servono del football come semplice elemento scenico; non c’è un banale sfondo footbalistico funzionale ad abbellire la fabula. Al contrario, umanità e pallone agiscono in simbiosi. Dal vorticoso incontro con l’estasi calcistica i personaggi escono lievitati, si espandono, le loro vicende rimandano ad altri frammenti di vita e passione germogliati all’interno del gioco. Quasi a volerci indicare che nella dimensione caotica in cui siamo calati, qualsiasi barriera semantica sarebbe un ostacolo al raggiungimento della felicità. E che il piacere non si ottiene in solitudine, bensì nella mescolanza di generi, culture e linguaggi."
A breve su ordinazione in libreria, su IBS e sul sito di Pietre Vive editore
dalla postfazione di Claudio Dionesalvi:
"... La “pallonità” è l’attitudine onirica, individualizzante, esistenziale, che ci spinge a vivere simultaneamente la nostra giornata e quella dei colori sociali a noi cari, senza scindere mai completamente un gol da un orgasmo, un lutto da una sconfitta, un dribbling dalla corsa a ostacoli che ogni giorno dobbiamo affrontare per arrivare vivi al crepuscolo. È una “modificazione di coscienza”, ci permette di uscire dal ritmo ordinario dei pensieri per trasmigrare verso i territori improbabili ma allettanti di un campetto in terra battuta o su verdi praterie in profumata e umida erbetta inglese. Nel repertorio cinematografico recente, il miracolo di intrecciare la dimensione umana e quella pallonara è riuscito al Ken Loach de “Il mio amico Eric”. Anche nei diversi generi della narrativa contemporanea, la medesima operazione trova mirabili esempi. I racconti qui proposti da Claudio Metallo rientrano a pieno titolo in siffatta letteratura. Le tre gustosissime storie che ci offre in questa raccolta, non si servono del football come semplice elemento scenico; non c’è un banale sfondo footbalistico funzionale ad abbellire la fabula. Al contrario, umanità e pallone agiscono in simbiosi. Dal vorticoso incontro con l’estasi calcistica i personaggi escono lievitati, si espandono, le loro vicende rimandano ad altri frammenti di vita e passione germogliati all’interno del gioco. Quasi a volerci indicare che nella dimensione caotica in cui siamo calati, qualsiasi barriera semantica sarebbe un ostacolo al raggiungimento della felicità. E che il piacere non si ottiene in solitudine, bensì nella mescolanza di generi, culture e linguaggi."
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domenica 3 novembre 2013
Due recensione del mio racconto 'Il sindaco'
La prima di Francesco Frangella su Il Marsili Notizie: Fenomenologia di "un pezzo di merda"
La seconda di Giulio Vita su La mia Mantia: 'Il sindaco' di Claudio Metallo
Il libro sarà disponibile a breve su IBS e Amazon. Potete ordinalrlo in libreria o acquistarlo dal sito della casa editrice Pietre Vive:Il sindaco
Buona lettura!
La seconda di Giulio Vita su La mia Mantia: 'Il sindaco' di Claudio Metallo
Il libro sarà disponibile a breve su IBS e Amazon. Potete ordinalrlo in libreria o acquistarlo dal sito della casa editrice Pietre Vive:Il sindaco
Buona lettura!
martedì 3 aprile 2012
L'Avvelenata cronaca di una deriva
L'avvelenata cronaca di una deriva: il trailer
un documentario di Claudio Metallo
un documentario di Claudio Metallo
Sinossi.
L'avvelenata-cronaca di una deriva è una operazione di recupero della memoria collettiva:
Il 14 dicembre del 1990, la motonave Rosso si arena sulla spiaggia delle Formiciche, nel comune di Amantea, in provincia di Cosenza. Prima del suo ultimo viaggio, la Rosso, con il nome di Jolly Rosso era stata affittata dal governo italiano per trasportare rifiuti tossici dal Libano all'Italia ed era conosciuta come nave dei veleni. I cittadini vengono tranquillizzati sul carico della nave: non c'è niente di pericoloso. A distanza di vent'anni, nella valle del fiume Oliva, ad un paio di chilometri dal luogo dello spiaggiamento, vengono ritrovati 90000 metri cubi di rifiuti nocivi, individuati dopo i carotaggi ordinati dalla procura della Repubblica di Paola (Cosenza).
Negli anni molte altre procure e molti procuratori hanno indagato sull'affondamento in mare, di navi carretta piene di rifiuti. Il capitano Natale De Grazia, sembrava essere molto vicino alla verità su questa questione, ma è morto in circostanze poco chiare il 15 dicembre del 1995.
Il sito della valle del fiume Oliva non è il solo luogo inquinato in Calabria: ci sono le ferriti di zinco seppellite nella sibaritide, le case e le scuole di Crotone costruite con veleni industriali.
Il 24 ottobre del 2009, i calabresi si ritrovano proprio ad Amantea a manifestare per chiedere con forza verità, giustizia e le bonifiche dei territori inquinati. Rifiuti smaltiti illecitamente significa tumori, che purtroppo molti medici della zona devono diagnosticare ai loro pazienti, come il dottor Cosmo De Matteis, che ci parla dello stato di salute degli abitanti del basso tirreno cosentino. Francesco Cirillo e Rosanna Grisolia ci guidano attraverso la vicenda degli affondamenti sospetti di navi piene di rifiuti nel mediterraneo che pare siano diverse centinaia. Nel documentario si alternano, anche, l'intervista ad Elio Veltri (autore del libro Mafia Pulita), le immagini inedite della motonave Rosso alla deriva e del suo interno, ma anche delle bellezze dei luoghi feriti dall'inquinamento e soprattutto ci sono le testimonianze audio e video della manifestazione di Amantea che ci raccontano di una Calabria che si ribella.
Note sul documentario.
di Claudio Metallo.
Sono state realizzate molte inchieste sulla questione delle cosìdette navi dei veleni, quelle imbarcazioni riempite di rifiuti nocivi fatte affondare nel mare Mediterraneo, ma anche sulle coste africane non bagnate dal mare nostrum. Nel comune di Amantea, dove dove sono cresciuto, l'evento dello spiaggiamento della motonave Rosso non è stato dimenticato. Personalmente, ricordo di essere andato a vedere quel bestione rosso in mezzo alle onde, accompagnato da mio padre (che ho intervistato nel documentario) e mio nonno. Avevo solo 10 anni e ricordo poco altro, ma il fatto che ciclicamente il caso riesplodesse, ha fatto si che l'interesse in questa vicenda non scemasse mai. Il dato di fatto che ci siano dei rifiuti vicino al fiume Olive ha confermato tragiche certezze.
Visto che lavoro con le immagini e racconto storie attraverso di esse, ho pensato che dovevo raccontare questa vicenda. Ho provato a cercare interlocutori che dessero alla vicenda un risalto nazionale, ma le risposte erano sempre le stesse: "E' una storia vecchia.". In effetti, in molti l'hanno raccontata, ma dovevo liberarmi di questa storia e così ho deciso di girare un lavoro più personale, di non fare un'inchiesta, ma mettermi dentro al film in prima persona, cosa che non avevo mai fatto prima. Ho pensato: "Ho girato dalla Val di Susa a Napoli, passando per Afragola, Bologna, Roma e Lamezia Terme e proprio adesso che c'è da raccontare una storia successa sotto casa mia non posso non mettermi in mezzo.". Così è nata l'idea di recuperare la memoria storica dello spiaggiamento della nave, ma anche di mettere insieme le immagini del corteo di Amantea ad imperitura memoria (speriamo) di quel momento di ribellione. Anche il titolo gucciniano, L'avvelenata, rispecchia questo percorso: siamo noi calabresi avvelenati, arrabbiati, per quello che è stato fatto alla nostra terra, siamo avvelenati nel senso che viviamo in mezzo a veleni che non abbiamo prodotto noi, ma anche la nave potrebbe esse 'avvelenata' e fonte dei nostri problemi, com'è stato rivelato sul Corriere della Calabria. Il recupero delle testimonianze non è stato facile, nonostante tutto si ha ancora un certo timore a parlare di questa vicenda èd'obbligo, quindi, ringraziare Maurizio Marzolla, Maria Tarzia e Gabriele Morabito che mi hanno fornito le loro immagini chiedendomi solamente di fare un bel lavoro, così come Carmine Senarcia che ha composto le musiche originali. Ringrazio anche chi mi ha dato le immagine della nave, cioè uno dei miei zii e Amerigo Spinelli. Sarebbe stato un peccato non rivedere quelle immagini come non raccontare manifestazione, anche per dirci: C' è stato un momento in cui ci siamo ribellati, abbiamo portato le tv nazionali in Calabria. Abbiamo cacciato, dal corteo, i nostri politici ed abbiamo detto no alla 'ndrangheta: due degli elementi che contribuiscono a tenere la nostra terra in una condizione di arretratezza. Ci siamo ribellati anche allo Stato che ci ha condannato ad essere una pattumiera, policanti e 'ndranghetisti hanno solo fatto il lavoro sporco. Recuperare la manifestazione di Amantea è importante perché non siamo stati con il cappello in mano a chiedere. Abbiamo gridato che la verità, la giustizia e le bonifiche.
lunedì 12 marzo 2012
Canta che non passa. la musica della 'ndrangheta
di Claudio Metallo
Il 4 maggio 2010, a Rosarno viene arrestato Antonio Magnoli. Ricercato, a livello internazionale, per aver violato la legge sugli stupefacenti e per associazione a delinquere. Questo recitano i comunicati stampa. Sicuramente non era ricercato per detenzioni di erba ad uso personale, ma più probabilmente per raffinazione di stupefacenti e narcotraffico. Staremo a vedere, però è curioso che questo personaggio sia stato arrestato proprio a Rosarno, o meglio è strano che un italo francese (Magnoli è nato ad Antibes, vicino Cannes) abbia scelto la piana di Gioia Tauro ed in particolare Rosarno, per la sua latitanza.
Su Antibes, Victor Hugo scriveva: "Qui tutto splende, tutto fiorisce, tutto canta.". Nonostante un detto di 'ndrangheta reciti: «Davanti alla gran curti non si parra, pochi paroli e cull'occhiuzzi 'nterra, l'omu chi parra assai sempre la sgarra! Culla sua stessa lingua s'assutterra», anche in Calabria si canta e si ascolta la radio. A Rosarno dove c'era una stazione in fm, Radio Olimpia, a disposizione dei clan per mandarsi messaggi in codice, tramite dediche o canzoni specifiche. Giustamente, fa notare Claudio Cordova (http://claudiocordova.wordpress.com/) in un suo articolo, Lezioni di mafia, radio abusive, donne cassiere. Il clan Pesce di Rosarno, come, questa, sia l'ennesima prova della fusione tra arcaicità e modernità della 'ndrangheta. Inoltre c'è da notare che le donne del clan sono di più e hanno maggior peso di quelle della nuova giunta regionali Scopelliti.
A Rosarno questo inizio di maggio è stato parecchio movimentato. Oltre all'arrivo in pompa magna dei sindacati per il 1° maggio, ci sono stati una raffica di arresti e di sequestri di beni mafiosi. Gratteri ha, giustamente, ricordato al ministro (sic!) La Russa che il governo non c'entra nulla con questi, così detti, colpi inferti alle cosche. Visto che le indagini le fa la magistratura e gli arresti gli sbirri. A me piace immaginare, anche se non è così, che questa disarticolazione delle cosche rosarnesi dei Pesce-Bellocco, sia un omaggio a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista di Rosarno, a trenta anni dal suo omicidio, avvenuto il 10 giugno del 1980, dopo la vittoria alle elezioni amministrative.
Non esistono canzoni dedicate a Peppe Valarioti, ma ne esiste almeno una dedicata a Gregorio Bellocco ed è contenuta nel disco Pensieri di un latitante. La canzone descrive le presunte virtù di questo boss, che prima dell'arresto era nella famigerata lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il testo racconta di come i fiumi si siano prosciugati dopo l'ingiusto arresto di questo galantuomo, ritenuto mandante dell'omicidio di Franco Girardi, colpevole di non aver protetto adeguatamente la latitanza di Antonino Bellocco, facendolo arrestare.
Pare che, la canzone dedicata al capomafia rosarnese, sia stata scritta e cantata dal cugino Giuseppe Bellocco, all'epoca latitante ed arrestato nel 2007.
Questo fatto indica che molte delle canzoni delle 'ndrangheta vengono registrate in maniera amatoriale, anche perché, ormai, la tecnologia permette di registrare con una buona qualità audio, anche in casa.
Esistono anche delle etichette che si occupano di distribuire cd con i canti di malavita. Ad esempio a Reggio Calabria c'è l' Elca sound che dice di pubblicare questi dischi per ragioni folcloristiche e commerciali, visto che questo materiale si vende benissimo anche all'estero. Ad esempio, tra il 2000 ed il 2005, fece scalpore l'uscita della raccolta musicale sui canti della 'ndrangheta: La Musica della mafia. Nei tre cd che componevano la raccolta c'erano i pezzi storici del repertorio, diciamo, malavitoso calabrese. Brani che si potevano ritrovare in cd e musicassette in vendita sulle bancarelle di mezza Calabria, durante fiere, mercati e feste patronali. La raccolta vendette, solo tra Germania e Francia, circa 150000 copie e suscitò l'interesse dei media stranieri. I giornalisti di questi due paesi, cominciarono a scrivere che queste raccolte, in Italia, venivano censurate e montarono un caso sulla libertà di espressione. Tutto ridicolo, visto che quei brani hanno sempre circolato liberamente, nonostante, alcuni di essi, travalichino ampiamente l'apologia di reato. Francesca Viscione, autrice del libro La globalizzazione delle cattive idee, mafia musica e mass media, spiega, in un'intervista rilasciata per il blog La voce di Fiore: "Gli attacchi dei giornali d'oltralpe al nostro Mezzogiorno furono violentissimi e strumentali. Gli abitanti furono definiti rozzi, violenti e brutali. I tedeschi, purché non andassero sull'Aspromonte, potevano starsene tranquilli (!) a casa loro. Amanti della musica etnica e della cultura selvaggia e ribelle ballarono tarantelle mafiose. Pestando i piedi su quelli che, credevano, fossero solo morti nostri."
Nel catalogo della casa discografica reggina, Elca Sound, ci sono vari artisti, tra cui Otello Profazio e c'è anche una meritoria pubblicazione di Fred Scotti (conosciuto anche come Ciccio Freddi Scotti), autore di Tarantella guappa, ripresa anche nel bellissimo disco di Daniele Sepe, Jurnateri. Scotti, il cui vero nome era Francesco Scarpelli, fu ucciso per aver infastidito la moglie di un guappo cosentino, il 13 aprile del 1971. Sempre nel catalogo Elca c'è anche il disco di un simpatico giovanotto Angelo Mauro. Acquistando il suo cd si partecipa ad uno straordinario conocorso: Angelo Mauro a casa tua. Il concorso è, purtroppo, scaduto nel 2009.
Esiste tutta una tradizione di canzoni dedicate ai carcerati, ai delitti d'onore che effettivamente, ci piaccia o no, rientrano nei canti tradizionali, come le ballate dedicate al brigante Giuseppe Musolino, in cui egli appare come un uomo vittima di un' ingiustizia, mentre invece era un noto prepotente e mezzo 'ndranghetista. Sempre Francesca Viscione ci dice a proposito della tradizione popolare: "Quando si parla di cultura popolare si parla di una cultura millenaria, e soprattutto di una cultura estremamente condivisa.". Quella dei briganti e del brigantaggio, si può considerare, indubbiamente, "cultura estremamente condivisa". Tra l'altro , proprio Musolino, è stato interpretato dal bello dei melodrammi italiani degli anni '50, Amedeo Nazzari, nel film Il Brigante Musolino (1950) di Mario Camerini. La protagonista femminile del film è, invece, Silvana Mangano. A livello storico, il lungometraggio, in pratica conserva solo il nome del protagonista.
Oltre a cantanti come Angelo Mauro o Frank Vagabondo, l' Elca produce anche musicisti che descrivono la vita del latitante, le regole della 'ndragheta, che cantano le prodezze di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che arrivarono in Calabria, Sicilia e Campania per fondare "li regoli sociali", come canta El Domingo in una sua canzone 'Ndrangheta, camurra e mafia, che racconta l'affiliazione di un giovanotto in maniera dettagliata, nella falsa ottica delle fandonie di queste organizzazione criminali. Non voglio fare l'apologia de El Domingo, però devo ammettere che ha una bellissima voce a differenza di altri cantori di malavita che non si possono ascoltare e che fanno sorgere un sentimento di vendetta per l'offesa recata alla musica. Oltre a questo cantante con nome d'arte spagnoleggiante, ci sono altri cantanti della mafiosità e ci sono soprattutto i cd. Alcuni titoli: Cu sgarra paga! Un disco che ha in copertina un uomo morto ammazzato con la camicia sporca di sangue. Tra i titoli delle canzoni, non possiamo non notare: Appartegnu all'onorata, E diventai picciottu e l'indimenticabile Sangu chiama Sangu. Contenuti anche ne La Musica della mafia. L'inizio dell'ultimo pezzo citato (Sangu chiama Sangu) è fantastico: ci sono due tizi che si parlano prima di un duello col coltello il dialogo tra due finisce con Roccu 'u calabrisi che dice a Turi 'u palermitanu "Porto 'na 'mbasciata pe' cuntu 'i me frati. 'Nfami" e poi la canzone prosegue: "Non eri malandrinu, ma tradituri. Non eri camurrista, ma deliquenti.", insinuando l'idea che il maladrino non è traditore e che il camorrista non è un semplice delinquente, ma uomo d'onore che rispetta le leggi non scritte, ma giusta delle 'ndrine. Altri titoli che non passano inosservati sono Vangelu 'i malavita, ma anche I tre cavalieri di Spagna oppure Onorata Società che contiene i brani: Riconoscere la società e Comu se forma se sforma. Comunque, tra i titoli delle canzoni, secondo me, vince Mori Carogna. Questi titoli danno il senso di come, le canzoni della 'ndrangheta non siano semplici inni, ma appartengano di fatto alla cultura (in senso aulico) mafiosa. Ad esempio nel pezzo Cu sgarra paga, si racconto di una riunione in cui si decide di uccidere 'un infame'. Nel brano si parla esplicitamente del fatto che ci sono alcune violazioni che possono essere perdonate pagando pegno e si chiamano trascuranza, in altri casi, come denunciare un mafioso, si paga con la vita. Effettivamente esiste questo sistema di leggi interne alla 'ndrangheta per le trascuranze si può arrivare fino all'espulsione dalla società (cosa che non avviene, quasi, mai, di solito si può uscire solo morti), passando per il pagamento di un' ammenda e altro. Lo sgarro dell' infamità è punito, come scrivevo prima con la morte.
I temi trattati sono sempre gli stessi, l'infame che parla e paga, le forze dell'ordine senza onore ed in particolare si persegue l'inganno che gli 'ndranghetisti siano 'uomini migliori', che fanno e ricercano il bene per loro, i familiari, ma anche per il popolo. Una sonora falsità o se preferite un' onorata falsità. Una bugia costruita ad arte, visto che la forza della 'ndrangheta sul territorio si forma con la paura e la violenza e che, con la complicità di gran parte della classe politica calabrese ed imprenditoriale (del Sud e del Nord), il diritto si è trasformato in favore, in piacire. Ricordava Antonio Nicaso, nel libro La Malapianta, scritto con Gratteri, che anche i cani capiscono che bisogna tenere pulita la propria cuccia. Invece, gli 'ndranghetisti, che si fanno omaggiare con canzoni e ballate, guadagnano miliardi di euro facendo rimanere la Calabria una delle regione più povere d' Europa e ne inquinano fiumi, mari, laghi e montagne. Altro che Appartegnu all'onorata. Loro possono permettersi di ascoltare queste belle canzoni nei mari più limpidi del mondo, lontani dalle coste che hanno cercato di distruggere con risultati, purtroppo migliori di molti cantanti impegnati ad esaltarne le gesta.
venerdì 9 marzo 2012
Noi il pizzo non lo paghiamo: è una questione di dignità.
di Claudio Metallo
Il nuovo documentario che sto finendo di montare, realizzato insieme a Miko Meloni e Nicola Grignani, s'intitola 'Un Pagamu - la tassa sulla paura. E' ambientato a Lamezia Terme, terza città della Calabria, con l'aereoporto più grande della regione e che, nonostante gli sforzi dell'amministrazione retta da un sindaco di SEL, non è riuscita ancora a liberarsi del C.I.E., ex CPT.
Iniziamo le riprese nel centro storico di Nicastro, nei vicoli, ma anche su Corso Numistrano ed in piazza San Giovanni. Proprio nella piazza incontriamo Cecè, un ristoratore - militante che ha vissuto dieci anni a Bologna e poi ha deciso di ritornare a Lamezia perché: "Volevo fare qualcosa di mio ed a Bologna c'erano già tante cose belle.".
Cecè gestisce, con la sua compagna, un circolo Arci con cucina (Rua Sao Joao) e fino a poco tempo fa anche la bottega del commercio equo e solidale che, però, è stato costretto a chiudere perché purtroppo l'idea non ha attecchito.
Ci dice che è difficile portare avanti alcune attività in questo territorio, ma è ottimista: da quando è tornato da Bologna ha visto che ci sono stati dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la lotta alle 'ndrine locali, cioè i Cerra-Torcasio e gli Iannazzo-Giampà, che sono in guerra da circa dieci anni, e si sono lasciati dietro circa 38 morti.
Nonostante tutto, Cecè ha notato una crescita nella città anche grazie al tentativo di alcune associazioni o singoli individui di porsi obiettivi comuni, di fare rete, di condividere esperienze ed aiutarsi reciprocamente. Questo nuovo impulso, ha dato forza propulsiva al cambiamento della città, nonostante i protagonismi e le oggettive difficoltà sociali e culturali.
Un esempio di buon associazionismo lametino è l'associazione antiracket della città (ALA), nata nel 2003. Il presidente, Armando Caputo, ci chiarisce subito che hanno accettato di darci una mano a realizzare il documentario, perché hanno capito che si trattava di dipingere un ritratto positivo della lotta alla 'ndrangheta lametina. Ci dice che non bisogna nascondere le cose brutte, i problemi, ma spiega: "Un imprenditore che il giorno prima voleva denunciare, vede la sera in televisione un servizio fatto benissimo, per carità, ma dove si dice che la 'ndragheta ha tutte le armi che vuole, soldi a palate e che controlla la politica. L'imprenditore, il giorno dopo non denuncia più!". Anche Armando Caputo, pone l'accento sulla questione culturale. Ci spiega che c'è chi ha convenienza a pagare il pizzo ed aggiunge che per lui, è un nemico chiunque faccia affari con gli 'ndranghetisti.
Tra gli intervistati c'è chi arriva a dire che la cultura mafiosa pervade la nostra società e la fa "marcire". Ci vorrà tempo per cambiare le cose. Non si scorge nei loro occhi la sensazione di essere delle mosche bianche, ma anzi c'è la dignità di chi ha reagito e di chi ha dimostrato che si può combattere la 'ndrangheta anche senza armi. Il fatto che comunque in seguito ad alcune denunce non ci sia stata una reazione a catena in città, come successe a Palermo, lascia un po' perplessi tutti, ma non scoraggiati. Alla domanda : " Dopo di lei, altri colleghi l'hanno seguita?", rivolta ad alcuni commercianti che erano riusciti a liberarsi dagli estortori, la risposta è sempre no. Alcuni quasi ridendo dicono che, però hanno ricevuto telefonate ed attestati di stima.
In realtà, girando questo documentario, mi sono reso conto che non sono pochi i commercianti che hanno deciso di non pagare. E' vero che non c'è stata un'ondata di gente che ha denunciato gli estortori e i loro complici, dopo le prime collaborazioni, ma è pur vero che si è passati da una situazione in cui, i primi membri dell'antiracket si riunivano, quasi in segreto ed in alcuni casi estremi all'insaputa di una parte dei soci, alla possibilità di lavorare alla luce del sole, invertendo in parte una situazione che costringeva 'i buoni' alla semiclandestinità, mentre 'i cattivi' potevano tranquillamente ritrovarsi in un bar o in un ristorante.
Trovo fondamentale che ci siano associazioni che riescano a non far sentire soli imprenditori o negozianti che denunciano i propri strozzini. L'impressione è che a Lamezia, la 'ndrangheta sia appunto una questione culturale più che di affiliati e di risorse economiche. Il problema, insomma, è di ordine sociale, culturale e politico. Bisogna essere radicali nella vita di tutti i giorni per evitare contaminazioni con un modo di fare che è diventato prassi. Inevitabilmente, in un territorio come il nostro, un atteggiamento del genere può complicare la vita anche per avere semplicemente una licenza o farsi delle analisi mediche, però se esiste una cultura mafiosa deve esistere una cultura contrapposta, una controcultura civile che porti avanti una rivoluzione culturale, appunto. E' scontato, ma vero, che la lotta alle mafie condotta dal punto di vista militare elimina la monovalanza, ma non colpisce quella che una volta si chiamava la zona grigia e che ormai si è fatta Stato ed impresa.
Testimoni.
Riusciamo ad incontrare Rocco Mangiardi. Ci riceve nel suo negozio di autoforniture. Mangiardi è un uomo riservato: "Non sono abituato alle telecamere." ci dice subito un po' emozionato, ma sorridente. Mangiardi è stato il primo commerciante lametino a puntare il dito contro i suoi taglieggiatori, in un aula di tribunale, quelli della cosca Giampà. Il reggente del clan, Pasquale Giampà, non ha chiesto il rito abbrevviato che, oltre alla riduzione di un terzo della pena, esclude il confronto in aula tra accusato e accusatore. Rocco Mangiardi pensa che Giampà l'abbia fatto di proposito, convinto che lui non l'avrebbe indicato. Invece, non è andata così:"A miei figli ho cercato di passare alcuni valori, se non andavo avanti con questo discorso, rinnegavo quello che gli avevo insegnato. Potevano dirmi: ci hai insegnato una cosa ed adesso che puoi metterla in pratica ti tiri indietro?"
Non pagare è una questione di dignità. Ci dice Francesco Palmieri, un altro commerciante lametino: "Se ti pago, io divento tuo schiavo. Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Anche Armando Caputo ci spiega che, pur non avendo mai pagato, quando lui ed i suoi familiari sono entrati in trattativa con gli estortori (per prendere tempo e capire cosa chiedevano) si vergognava della sua debolezza.
Le cifre richieste possono arrivare fino a 1000/1200 euro al mese, una grossa somma di denaro con cui si potrebbe assumere un nuovo dipendente o essere costretti a licenziarne uno. Il meccanismo che s'innesca, una volta che si è entrati nella spirale del pagamento del pizzo, è esattamente quello che viene descritto da Palmieri: "Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Spesso, l'estorsione è solo il pretesto per entrare in possesso di un buon negozio o rivenditore, da parte di una cosca. I meccanismi possono essere tanti: l'assunzione di un parente degli 'ndranghetisti o l'ingresso come socio di uno di essi. Quasi sempre si finisce con il perdere la propria attività.
I nostri intervistati, chiedono di poter lavorare dove sono nati, spesso le loro aziende sono state ereditate dai genitori e hanno una conduzione familiare. Il legame è, quindi, ancora più forte. In alcuni casi da una generazione ad un'altra sono cresciuti, aprendo filiali a Catanzaro o in altre città della Calabria. Queste persone assumono in regola i propri lavoratori e nei loro negozi, trovi sempre giovani che lavorano al bancone o in magazzino. Sono imprenditori onesti e ribadiscono sempre la distinzione con gli imprenditori collusi che hanno un altro concezione di rispetto del lavoro. Per ogni problema si può chiamare la 'ndrina di riferimento. Si riesce più facilmente a vincere un appalto al ribasso magari abbattendo i costi di personale e materiali, da gonfiare poi con le 'variabili in corso d'opera', dicitura magica per gli imprenditori edili che può significare triplicare o quadruplicare i guadagni. Si riesce ad avere commesse da altre imprese colluse, invece può succedere anche che se l'imprenditore non paga il pizzo le aziende fornitrici non gli vendono più i prodotti di cui si ha bisogno per lavorare e, magari, anche i singoli clienti si allontanano, perché non si vogliono mischiare. Daniele Godino, della ditta Godino pneumatici, ci racconta che molti imprenditori non capiscono che il fatto di pagare non mette al sicuro da ritorsioni e problemi:"non sei più libero". La famiglia Godino ha subito un gravissimo attentato il 26 ottobre del 2006. Qualcuno ha appiccato il fuoco alle gomme della loro rivendita. Le fiamme si sono propagate per tutta il palazzo (quattro piani) dove abitavano gli altri familiari di Daniele, distruggendo tutto. I Godino si sono rimessi subito al lavoro e hanno ricostruito casa e negozio, anche grazie all'aiuto dei lametini e dell'amministrazione comunale guidata da Gianni Speranza. Il sindaco ci racconta di come la vicenda, nella sua tragicità, dev'essere considerata un esempio per la celerità con cui le istituzioni sono intervenute, ma anche per la forza ed il coraggio dei Godino che già dal giorno dopo l'incendio hanno ricominciato a lavorare con quelle poche gomme scampate alle fiamme. Anche Speranza ci parla di un territorio difficile, ma come gli altri è consapevole che andarsene via equivarrebbe ad una resa, a consegnare anche questo pezzo di Calabria alla 'ndrangheta. Il sindaco non ha avuto neanche il tempo d'insediarsi dopo la prima elezione (2005) che i soliti noti hanno dato alle fiamme il portone d'ingresso del comune. Un avvertimento a lui, ma anche ai consiglieri eletti, visto che Speranza, al suo primo mandato, non aveva la maggioranza in consiglio comunale.
Perché rimanere in un territorio così complicato.
Ogni intervistato ha dato una risposta diversa, ma ugualmente interessante, alla domanda: "Perché hai deciso di restare?".
Cecé ha risposto semplicemente che pensa di avere una certa sensibilità e che le cose storte le avrebbe viste ovunque ed avrebbe cercato di cambiarle e quindi: "perché non farlo in Calabria?".
Anche il legame con il territorio, con le proprie radici è determinate per la scelta di restare.
Daniele Godino si mette a ridere, quando gli viene posta questa domanda ed aggiunge: "Non c'è mai balenato per la testa di andarcene. Perché bisogna darla vinta a questa gente? Che senso ha? Scappi tu, ma il fenomeno rimane."
C'è invece chi ha risposto di avere dei dipendenti e di non essere intenzionato a lasciarli senza stipendio, in una regione dove anche lavorare è un lusso. In molti ci hanno raccontato di voler far studiare i propri figli, magari in altre regioni, ma di sperare che tornino per dare il loro contributo a cambiare questa terra. In Calabria, anche questo sembra rivoluzionario. E' sorprendente come la parola 'delegare' non venga mai pronunciate in nessuna della sua forme. Non solo non si accetta la delega nei confronti del politico, ma non si vuole delegare neanche ai loro figli il piacere di cercare di riprendersi, dopo la loro vita, anche la loro terra: bisogna cambiare insieme.
Non pagare il pizzo aiuta a crescere.
Sembra un assunto semplice: gli imprenditori crescono, guadagnano più soldi, assumono, creano ricchezza per loro e, si spera, per gli altri. Dove c'è il controllo della criminalità organizzata, alcuni imprenditori decidono di non far crescere la propria azienda, perché pensano che se sono piccoli e restano piccoli, non avranno problemi e nessuno verrà a chiedere loro di sborsare una cifra mensile per non subire violenze. La lotta alle mafie dovrebbe essere il primo obiettivo degli irriducibili del libero mercato e della concorrenza, come ad esempio la Confindustria che, al di là delle belle parole, continua a latitare. D'altronde sono i grandi imprese ad alimentare e stringere alleanze con le mafie e spesso a cercare un contatto sul territorio nel momento in cui si avvia un appalto o una filiale. Nella mia ingenuità, mi sorprese molto parlare nel 2006 con Lorenzo Diana, ex senatore campano dei D.S., e sentirmi raccontare come, la commissione antimafia (di cui, all'epoca, faceva parte) avesse scoperto che per gli appalti del TAV in Campania, Impregilo e le sue controllate andavano a cercare i reggenti mafiosi di zona per mettersi d'accordo su forniture, subappalti, movimento terra e per non avere problemi con operai sindacalizzati. Dire di no al pizzo è un modo per aiutare l'economia della Calabria ed al controllo capillare del territorio della 'ndrangheta, al suo 'istituzionalizzarsi' e legittimarsi attraverso una tassa.
Farebbero meno paura.
Iniziamo le riprese nel centro storico di Nicastro, nei vicoli, ma anche su Corso Numistrano ed in piazza San Giovanni. Proprio nella piazza incontriamo Cecè, un ristoratore - militante che ha vissuto dieci anni a Bologna e poi ha deciso di ritornare a Lamezia perché: "Volevo fare qualcosa di mio ed a Bologna c'erano già tante cose belle.".
Cecè gestisce, con la sua compagna, un circolo Arci con cucina (Rua Sao Joao) e fino a poco tempo fa anche la bottega del commercio equo e solidale che, però, è stato costretto a chiudere perché purtroppo l'idea non ha attecchito.
Ci dice che è difficile portare avanti alcune attività in questo territorio, ma è ottimista: da quando è tornato da Bologna ha visto che ci sono stati dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la lotta alle 'ndrine locali, cioè i Cerra-Torcasio e gli Iannazzo-Giampà, che sono in guerra da circa dieci anni, e si sono lasciati dietro circa 38 morti.
Nonostante tutto, Cecè ha notato una crescita nella città anche grazie al tentativo di alcune associazioni o singoli individui di porsi obiettivi comuni, di fare rete, di condividere esperienze ed aiutarsi reciprocamente. Questo nuovo impulso, ha dato forza propulsiva al cambiamento della città, nonostante i protagonismi e le oggettive difficoltà sociali e culturali.
Un esempio di buon associazionismo lametino è l'associazione antiracket della città (ALA), nata nel 2003. Il presidente, Armando Caputo, ci chiarisce subito che hanno accettato di darci una mano a realizzare il documentario, perché hanno capito che si trattava di dipingere un ritratto positivo della lotta alla 'ndrangheta lametina. Ci dice che non bisogna nascondere le cose brutte, i problemi, ma spiega: "Un imprenditore che il giorno prima voleva denunciare, vede la sera in televisione un servizio fatto benissimo, per carità, ma dove si dice che la 'ndragheta ha tutte le armi che vuole, soldi a palate e che controlla la politica. L'imprenditore, il giorno dopo non denuncia più!". Anche Armando Caputo, pone l'accento sulla questione culturale. Ci spiega che c'è chi ha convenienza a pagare il pizzo ed aggiunge che per lui, è un nemico chiunque faccia affari con gli 'ndranghetisti.
Tra gli intervistati c'è chi arriva a dire che la cultura mafiosa pervade la nostra società e la fa "marcire". Ci vorrà tempo per cambiare le cose. Non si scorge nei loro occhi la sensazione di essere delle mosche bianche, ma anzi c'è la dignità di chi ha reagito e di chi ha dimostrato che si può combattere la 'ndrangheta anche senza armi. Il fatto che comunque in seguito ad alcune denunce non ci sia stata una reazione a catena in città, come successe a Palermo, lascia un po' perplessi tutti, ma non scoraggiati. Alla domanda : " Dopo di lei, altri colleghi l'hanno seguita?", rivolta ad alcuni commercianti che erano riusciti a liberarsi dagli estortori, la risposta è sempre no. Alcuni quasi ridendo dicono che, però hanno ricevuto telefonate ed attestati di stima.
In realtà, girando questo documentario, mi sono reso conto che non sono pochi i commercianti che hanno deciso di non pagare. E' vero che non c'è stata un'ondata di gente che ha denunciato gli estortori e i loro complici, dopo le prime collaborazioni, ma è pur vero che si è passati da una situazione in cui, i primi membri dell'antiracket si riunivano, quasi in segreto ed in alcuni casi estremi all'insaputa di una parte dei soci, alla possibilità di lavorare alla luce del sole, invertendo in parte una situazione che costringeva 'i buoni' alla semiclandestinità, mentre 'i cattivi' potevano tranquillamente ritrovarsi in un bar o in un ristorante.
Trovo fondamentale che ci siano associazioni che riescano a non far sentire soli imprenditori o negozianti che denunciano i propri strozzini. L'impressione è che a Lamezia, la 'ndrangheta sia appunto una questione culturale più che di affiliati e di risorse economiche. Il problema, insomma, è di ordine sociale, culturale e politico. Bisogna essere radicali nella vita di tutti i giorni per evitare contaminazioni con un modo di fare che è diventato prassi. Inevitabilmente, in un territorio come il nostro, un atteggiamento del genere può complicare la vita anche per avere semplicemente una licenza o farsi delle analisi mediche, però se esiste una cultura mafiosa deve esistere una cultura contrapposta, una controcultura civile che porti avanti una rivoluzione culturale, appunto. E' scontato, ma vero, che la lotta alle mafie condotta dal punto di vista militare elimina la monovalanza, ma non colpisce quella che una volta si chiamava la zona grigia e che ormai si è fatta Stato ed impresa.
Testimoni.
Riusciamo ad incontrare Rocco Mangiardi. Ci riceve nel suo negozio di autoforniture. Mangiardi è un uomo riservato: "Non sono abituato alle telecamere." ci dice subito un po' emozionato, ma sorridente. Mangiardi è stato il primo commerciante lametino a puntare il dito contro i suoi taglieggiatori, in un aula di tribunale, quelli della cosca Giampà. Il reggente del clan, Pasquale Giampà, non ha chiesto il rito abbrevviato che, oltre alla riduzione di un terzo della pena, esclude il confronto in aula tra accusato e accusatore. Rocco Mangiardi pensa che Giampà l'abbia fatto di proposito, convinto che lui non l'avrebbe indicato. Invece, non è andata così:"A miei figli ho cercato di passare alcuni valori, se non andavo avanti con questo discorso, rinnegavo quello che gli avevo insegnato. Potevano dirmi: ci hai insegnato una cosa ed adesso che puoi metterla in pratica ti tiri indietro?"
Non pagare è una questione di dignità. Ci dice Francesco Palmieri, un altro commerciante lametino: "Se ti pago, io divento tuo schiavo. Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Anche Armando Caputo ci spiega che, pur non avendo mai pagato, quando lui ed i suoi familiari sono entrati in trattativa con gli estortori (per prendere tempo e capire cosa chiedevano) si vergognava della sua debolezza.
Le cifre richieste possono arrivare fino a 1000/1200 euro al mese, una grossa somma di denaro con cui si potrebbe assumere un nuovo dipendente o essere costretti a licenziarne uno. Il meccanismo che s'innesca, una volta che si è entrati nella spirale del pagamento del pizzo, è esattamente quello che viene descritto da Palmieri: "Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Spesso, l'estorsione è solo il pretesto per entrare in possesso di un buon negozio o rivenditore, da parte di una cosca. I meccanismi possono essere tanti: l'assunzione di un parente degli 'ndranghetisti o l'ingresso come socio di uno di essi. Quasi sempre si finisce con il perdere la propria attività.
I nostri intervistati, chiedono di poter lavorare dove sono nati, spesso le loro aziende sono state ereditate dai genitori e hanno una conduzione familiare. Il legame è, quindi, ancora più forte. In alcuni casi da una generazione ad un'altra sono cresciuti, aprendo filiali a Catanzaro o in altre città della Calabria. Queste persone assumono in regola i propri lavoratori e nei loro negozi, trovi sempre giovani che lavorano al bancone o in magazzino. Sono imprenditori onesti e ribadiscono sempre la distinzione con gli imprenditori collusi che hanno un altro concezione di rispetto del lavoro. Per ogni problema si può chiamare la 'ndrina di riferimento. Si riesce più facilmente a vincere un appalto al ribasso magari abbattendo i costi di personale e materiali, da gonfiare poi con le 'variabili in corso d'opera', dicitura magica per gli imprenditori edili che può significare triplicare o quadruplicare i guadagni. Si riesce ad avere commesse da altre imprese colluse, invece può succedere anche che se l'imprenditore non paga il pizzo le aziende fornitrici non gli vendono più i prodotti di cui si ha bisogno per lavorare e, magari, anche i singoli clienti si allontanano, perché non si vogliono mischiare. Daniele Godino, della ditta Godino pneumatici, ci racconta che molti imprenditori non capiscono che il fatto di pagare non mette al sicuro da ritorsioni e problemi:"non sei più libero". La famiglia Godino ha subito un gravissimo attentato il 26 ottobre del 2006. Qualcuno ha appiccato il fuoco alle gomme della loro rivendita. Le fiamme si sono propagate per tutta il palazzo (quattro piani) dove abitavano gli altri familiari di Daniele, distruggendo tutto. I Godino si sono rimessi subito al lavoro e hanno ricostruito casa e negozio, anche grazie all'aiuto dei lametini e dell'amministrazione comunale guidata da Gianni Speranza. Il sindaco ci racconta di come la vicenda, nella sua tragicità, dev'essere considerata un esempio per la celerità con cui le istituzioni sono intervenute, ma anche per la forza ed il coraggio dei Godino che già dal giorno dopo l'incendio hanno ricominciato a lavorare con quelle poche gomme scampate alle fiamme. Anche Speranza ci parla di un territorio difficile, ma come gli altri è consapevole che andarsene via equivarrebbe ad una resa, a consegnare anche questo pezzo di Calabria alla 'ndrangheta. Il sindaco non ha avuto neanche il tempo d'insediarsi dopo la prima elezione (2005) che i soliti noti hanno dato alle fiamme il portone d'ingresso del comune. Un avvertimento a lui, ma anche ai consiglieri eletti, visto che Speranza, al suo primo mandato, non aveva la maggioranza in consiglio comunale.
Perché rimanere in un territorio così complicato.
Ogni intervistato ha dato una risposta diversa, ma ugualmente interessante, alla domanda: "Perché hai deciso di restare?".
Cecé ha risposto semplicemente che pensa di avere una certa sensibilità e che le cose storte le avrebbe viste ovunque ed avrebbe cercato di cambiarle e quindi: "perché non farlo in Calabria?".
Anche il legame con il territorio, con le proprie radici è determinate per la scelta di restare.
Daniele Godino si mette a ridere, quando gli viene posta questa domanda ed aggiunge: "Non c'è mai balenato per la testa di andarcene. Perché bisogna darla vinta a questa gente? Che senso ha? Scappi tu, ma il fenomeno rimane."
C'è invece chi ha risposto di avere dei dipendenti e di non essere intenzionato a lasciarli senza stipendio, in una regione dove anche lavorare è un lusso. In molti ci hanno raccontato di voler far studiare i propri figli, magari in altre regioni, ma di sperare che tornino per dare il loro contributo a cambiare questa terra. In Calabria, anche questo sembra rivoluzionario. E' sorprendente come la parola 'delegare' non venga mai pronunciate in nessuna della sua forme. Non solo non si accetta la delega nei confronti del politico, ma non si vuole delegare neanche ai loro figli il piacere di cercare di riprendersi, dopo la loro vita, anche la loro terra: bisogna cambiare insieme.
Non pagare il pizzo aiuta a crescere.
Sembra un assunto semplice: gli imprenditori crescono, guadagnano più soldi, assumono, creano ricchezza per loro e, si spera, per gli altri. Dove c'è il controllo della criminalità organizzata, alcuni imprenditori decidono di non far crescere la propria azienda, perché pensano che se sono piccoli e restano piccoli, non avranno problemi e nessuno verrà a chiedere loro di sborsare una cifra mensile per non subire violenze. La lotta alle mafie dovrebbe essere il primo obiettivo degli irriducibili del libero mercato e della concorrenza, come ad esempio la Confindustria che, al di là delle belle parole, continua a latitare. D'altronde sono i grandi imprese ad alimentare e stringere alleanze con le mafie e spesso a cercare un contatto sul territorio nel momento in cui si avvia un appalto o una filiale. Nella mia ingenuità, mi sorprese molto parlare nel 2006 con Lorenzo Diana, ex senatore campano dei D.S., e sentirmi raccontare come, la commissione antimafia (di cui, all'epoca, faceva parte) avesse scoperto che per gli appalti del TAV in Campania, Impregilo e le sue controllate andavano a cercare i reggenti mafiosi di zona per mettersi d'accordo su forniture, subappalti, movimento terra e per non avere problemi con operai sindacalizzati. Dire di no al pizzo è un modo per aiutare l'economia della Calabria ed al controllo capillare del territorio della 'ndrangheta, al suo 'istituzionalizzarsi' e legittimarsi attraverso una tassa.
Farebbero meno paura.
lunedì 5 marzo 2012
Foto dalla presentazione di Pavia
Una foto della presentazione a Pavia del documentario 'Un pagamu-la tassa sulla paura.
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Amantea Bombardata
Amantea Bombardata. La testimonianza di Francesca Aprilino
di Claudio Metallo
Gli anni zero, gli anni 2000, sono iniziati con la guerra. Quella in Afghanistan e quella in Iraq sono solo le più famose, ma i conflitti più o meno lunghi sono stati tanti, alcuni ancora in corso. Gli anni '10 del nuovo millennio sono iniziati con un'altra guerra fatta per il petrolio, quella contro la Libia dell'ex amico Gheddafi.
Pensando a questi eventi, non posso fare a meno di ricordare un'intervista che ho realizzato due anni fa ad Amantea, ad una simpatica vecchietta di nome Francesca Aprilino, una della ultime testimoni del bombardamento della città del basso Tirreno cosentino. Questo tragico evento è avvenuto nel febbraio del 1943, quando gli Alleati, come mi raccontò la signora Francesca, bombardarono un ponte che stava nel centro storico, ad un passo dalla Chiesa Matrice. I ricordi partono dalla descrizione delle condizioni dell'epoca: c'era fame, non si poteva pescare perché il mare era interdetto, a causa di sottomarini, navi da guerra ed incrociatori. Si pescava di nascosto, ma si doveva stare attenti a non essere scoperti. Anche i campi, spesso, rimanevano incolti. Il cibo era razionato. Gli uomini giovani erano quasi tutti partiti per la guerra, sbattuti da una parte all'altra dell'Europa e dell'Africa per colpa dell'idiozia dei fascisti e dell'imbecillità del loro capo, quel Mussolini che, ancora oggi, qualche imbecille degno di lui considera uno statista, i cui crimini, solo in parte, sono stati riscattati dalla Resistenza partigiana.
La distruzione del ponte di Amantea rimane un piccolo passaggio della seconda guerra mondiale. Una delle tante azioni di guerra in cinque anni di conflitto. Un'operazione chirurgica, verrebbe chiamata, oggi, dai generali degli Stati Uniti. Purtroppo, anche all'epoca, sotto le operazione mirate morivano persone vere, in maggioranza donne e bambini, visto che gli uomini erano stati già mandati al macello sul fronte.
La struttura, in pietra, era una delle vie di approviggionamento per i tedeschi della zona; ancora oggi si possono riconoscere i danni causati dalle bombe e mai colmati del tutto.
Venne bombardato nel pomeriggio, mentre molta gente era lì, in zona: bambini che giocavano, le mamme che li controllavano in maniera discreta. C'erano anche alcuni uomini, i più anziani della comunità, seduti a bere ed a giocare carte in una cantina. Residui di normalità in tempi difficili. C'era una bimba che era scesa con qualche lira in tasca per comprare il vino al padre, appena tornato dal lavoro. Tutte queste persone sono morte. Il racconto della signora Francesca è minuzioso e drammatico: una delle parti più sconvolgenti è quella in cui mi racconta dei bambini che sono saltati in aria, con la testa mozzata. La signora Francesca, all'epoca ventenne, ricorda con raccapriccio la testa della vittima più anziana mangiata da due gatti. Forse la scena più raccapricciante è quella di una madre, sotto shock, che raccoglie i pezzi del figlioletto e se li mette nel grembiule ("sinale" come lo chiama in dialetto amanteano): "Eranu niri cumu 'u piscespada": erano neri come il pescespade tagliato. Oggi queste morte le sentiamo chiamare effetti collaterali e non ci fanno quasi più effetto.
La gente scappò da Amantea e si rifugiò nelle campagne circostanti. Alla domanda: cosa pensò quando finì la guerra, la signora mi risponde:"Amu toccatu 'u cielo cu' le manu!" Abbiamo toccato il cielo con le mani.
"Alla fine delle guerra, cosa vi siete detti con le altre persone, ritornati alle vostre case?"
"Niente. Eravamo esauriti...Abbiamo chilli che eramu vivi...e basta".
per vedere ed ascoltare l'intervista clicca qui
di Claudio Metallo
Gli anni zero, gli anni 2000, sono iniziati con la guerra. Quella in Afghanistan e quella in Iraq sono solo le più famose, ma i conflitti più o meno lunghi sono stati tanti, alcuni ancora in corso. Gli anni '10 del nuovo millennio sono iniziati con un'altra guerra fatta per il petrolio, quella contro la Libia dell'ex amico Gheddafi.
Pensando a questi eventi, non posso fare a meno di ricordare un'intervista che ho realizzato due anni fa ad Amantea, ad una simpatica vecchietta di nome Francesca Aprilino, una della ultime testimoni del bombardamento della città del basso Tirreno cosentino. Questo tragico evento è avvenuto nel febbraio del 1943, quando gli Alleati, come mi raccontò la signora Francesca, bombardarono un ponte che stava nel centro storico, ad un passo dalla Chiesa Matrice. I ricordi partono dalla descrizione delle condizioni dell'epoca: c'era fame, non si poteva pescare perché il mare era interdetto, a causa di sottomarini, navi da guerra ed incrociatori. Si pescava di nascosto, ma si doveva stare attenti a non essere scoperti. Anche i campi, spesso, rimanevano incolti. Il cibo era razionato. Gli uomini giovani erano quasi tutti partiti per la guerra, sbattuti da una parte all'altra dell'Europa e dell'Africa per colpa dell'idiozia dei fascisti e dell'imbecillità del loro capo, quel Mussolini che, ancora oggi, qualche imbecille degno di lui considera uno statista, i cui crimini, solo in parte, sono stati riscattati dalla Resistenza partigiana.
La distruzione del ponte di Amantea rimane un piccolo passaggio della seconda guerra mondiale. Una delle tante azioni di guerra in cinque anni di conflitto. Un'operazione chirurgica, verrebbe chiamata, oggi, dai generali degli Stati Uniti. Purtroppo, anche all'epoca, sotto le operazione mirate morivano persone vere, in maggioranza donne e bambini, visto che gli uomini erano stati già mandati al macello sul fronte.
La struttura, in pietra, era una delle vie di approviggionamento per i tedeschi della zona; ancora oggi si possono riconoscere i danni causati dalle bombe e mai colmati del tutto.
Venne bombardato nel pomeriggio, mentre molta gente era lì, in zona: bambini che giocavano, le mamme che li controllavano in maniera discreta. C'erano anche alcuni uomini, i più anziani della comunità, seduti a bere ed a giocare carte in una cantina. Residui di normalità in tempi difficili. C'era una bimba che era scesa con qualche lira in tasca per comprare il vino al padre, appena tornato dal lavoro. Tutte queste persone sono morte. Il racconto della signora Francesca è minuzioso e drammatico: una delle parti più sconvolgenti è quella in cui mi racconta dei bambini che sono saltati in aria, con la testa mozzata. La signora Francesca, all'epoca ventenne, ricorda con raccapriccio la testa della vittima più anziana mangiata da due gatti. Forse la scena più raccapricciante è quella di una madre, sotto shock, che raccoglie i pezzi del figlioletto e se li mette nel grembiule ("sinale" come lo chiama in dialetto amanteano): "Eranu niri cumu 'u piscespada": erano neri come il pescespade tagliato. Oggi queste morte le sentiamo chiamare effetti collaterali e non ci fanno quasi più effetto.
La gente scappò da Amantea e si rifugiò nelle campagne circostanti. Alla domanda: cosa pensò quando finì la guerra, la signora mi risponde:"Amu toccatu 'u cielo cu' le manu!" Abbiamo toccato il cielo con le mani.
"Alla fine delle guerra, cosa vi siete detti con le altre persone, ritornati alle vostre case?"
"Niente. Eravamo esauriti...Abbiamo chilli che eramu vivi...e basta".
per vedere ed ascoltare l'intervista clicca qui
domenica 4 marzo 2012
'Un pagamu: il trailer
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