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lunedì 12 marzo 2012

Canta che non passa. la musica della 'ndrangheta


di Claudio Metallo


Il 4 maggio 2010, a Rosarno viene arrestato Antonio Magnoli. Ricercato, a livello internazionale, per aver violato la legge sugli stupefacenti e per associazione a delinquere. Questo recitano i comunicati stampa. Sicuramente non era ricercato per detenzioni di erba ad uso personale, ma più probabilmente per raffinazione di stupefacenti e narcotraffico. Staremo a vedere, però è curioso che questo personaggio sia stato arrestato proprio a Rosarno, o meglio è strano che un italo francese (Magnoli è nato ad Antibes, vicino Cannes) abbia scelto la piana di Gioia Tauro ed in particolare Rosarno, per la sua latitanza.

Su Antibes, Victor Hugo scriveva: "Qui tutto splende, tutto fiorisce, tutto canta.". Nonostante un detto di 'ndrangheta reciti: «Davanti alla gran curti non si parra, pochi paroli e cull'occhiuzzi 'nterra, l'omu chi parra assai sempre la sgarra! Culla sua stessa lingua s'assutterra», anche in Calabria si canta e si ascolta la radio. A Rosarno dove c'era una stazione in fm, Radio Olimpia, a disposizione dei clan per mandarsi messaggi in codice, tramite dediche o canzoni specifiche. Giustamente, fa notare Claudio Cordova (http://claudiocordova.wordpress.com/) in un suo articolo, Lezioni di mafia, radio abusive, donne cassiere. Il clan Pesce di Rosarno, come, questa, sia l'ennesima prova della fusione tra arcaicità e modernità della 'ndrangheta. Inoltre c'è da notare che le donne del clan sono di più e hanno maggior peso di quelle della nuova giunta regionali Scopelliti.

A Rosarno questo inizio di maggio è stato parecchio movimentato. Oltre all'arrivo in pompa magna dei sindacati per il 1° maggio, ci sono stati una raffica di arresti e di sequestri di beni mafiosi. Gratteri ha, giustamente, ricordato al ministro (sic!) La Russa che il governo non c'entra nulla con questi, così detti, colpi inferti alle cosche. Visto che le indagini le fa la magistratura e gli arresti gli sbirri. A me piace immaginare, anche se non è così, che questa disarticolazione delle cosche rosarnesi dei Pesce-Bellocco, sia un omaggio a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista di Rosarno, a trenta anni dal suo omicidio, avvenuto il 10 giugno del 1980, dopo la vittoria alle elezioni amministrative.

Non esistono canzoni dedicate a Peppe Valarioti, ma ne esiste almeno una dedicata a Gregorio Bellocco ed è contenuta nel disco Pensieri di un latitante. La canzone descrive le presunte virtù di questo boss, che prima dell'arresto era nella famigerata lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il testo racconta di come i fiumi si siano prosciugati dopo l'ingiusto arresto di questo galantuomo, ritenuto mandante dell'omicidio di Franco Girardi, colpevole di non aver protetto adeguatamente la latitanza di Antonino Bellocco, facendolo arrestare.
Pare che, la canzone dedicata al capomafia rosarnese, sia stata scritta e cantata dal cugino Giuseppe Bellocco, all'epoca latitante ed arrestato nel 2007.
Questo fatto indica che molte delle canzoni delle 'ndrangheta vengono registrate in maniera amatoriale, anche perché, ormai, la tecnologia permette di registrare con una buona qualità audio, anche in casa.

Esistono anche delle etichette che si occupano di distribuire cd con i canti di malavita. Ad esempio a Reggio Calabria c'è l' Elca sound che dice di pubblicare questi dischi per ragioni folcloristiche e commerciali, visto che questo materiale si vende benissimo anche all'estero. Ad esempio, tra il 2000 ed il 2005, fece scalpore l'uscita della raccolta musicale sui canti della 'ndrangheta: La Musica della mafia. Nei tre cd che componevano la raccolta c'erano i pezzi storici del repertorio, diciamo, malavitoso calabrese. Brani che si potevano ritrovare in cd e musicassette in vendita sulle bancarelle di mezza Calabria, durante fiere, mercati e feste patronali. La raccolta vendette, solo tra Germania e Francia, circa 150000 copie e suscitò l'interesse dei media stranieri. I giornalisti di questi due paesi, cominciarono a scrivere che queste raccolte, in Italia, venivano censurate e montarono un caso sulla libertà di espressione. Tutto ridicolo, visto che quei brani hanno sempre circolato liberamente, nonostante, alcuni di essi, travalichino ampiamente l'apologia di reato. Francesca Viscione, autrice del libro La globalizzazione delle cattive idee, mafia musica e mass media, spiega, in un'intervista rilasciata per il blog La voce di Fiore: "Gli attacchi dei giornali d'oltralpe al nostro Mezzogiorno furono violentissimi e strumentali. Gli abitanti furono definiti rozzi, violenti e brutali. I tedeschi, purché non andassero sull'Aspromonte, potevano starsene tranquilli (!) a casa loro. Amanti della musica etnica e della cultura selvaggia e ribelle ballarono tarantelle mafiose. Pestando i piedi su quelli che, credevano, fossero solo morti nostri."
Nel catalogo della casa discografica reggina, Elca Sound, ci sono vari artisti, tra cui Otello Profazio e c'è anche una meritoria pubblicazione di Fred Scotti (conosciuto anche come Ciccio Freddi Scotti), autore di Tarantella guappa, ripresa anche nel bellissimo disco di Daniele Sepe, Jurnateri. Scotti, il cui vero nome era Francesco Scarpelli, fu ucciso per aver infastidito la moglie di un guappo cosentino, il 13 aprile del 1971. Sempre nel catalogo Elca c'è anche il disco di un simpatico giovanotto Angelo Mauro. Acquistando il suo cd si partecipa ad uno straordinario conocorso: Angelo Mauro a casa tua. Il concorso è, purtroppo, scaduto nel 2009.

Esiste tutta una tradizione di canzoni dedicate ai carcerati, ai delitti d'onore che effettivamente, ci piaccia o no, rientrano nei canti tradizionali, come le ballate dedicate al brigante Giuseppe Musolino, in cui egli appare come un uomo vittima di un' ingiustizia, mentre invece era un noto prepotente e mezzo 'ndranghetista. Sempre Francesca Viscione ci dice a proposito della tradizione popolare: "Quando si parla di cultura popolare si parla di una cultura millenaria, e soprattutto di una cultura estremamente condivisa.". Quella dei briganti e del brigantaggio, si può considerare, indubbiamente, "cultura estremamente condivisa". Tra l'altro , proprio Musolino, è stato interpretato dal bello dei melodrammi italiani degli anni '50, Amedeo Nazzari, nel film Il Brigante Musolino (1950) di Mario Camerini. La protagonista femminile del film è, invece, Silvana Mangano. A livello storico, il lungometraggio, in pratica conserva solo il nome del protagonista.

Oltre a cantanti come Angelo Mauro o Frank Vagabondo, l' Elca produce anche musicisti che descrivono la vita del latitante, le regole della 'ndragheta, che cantano le prodezze di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che arrivarono in Calabria, Sicilia e Campania per fondare "li regoli sociali", come canta El Domingo in una sua canzone 'Ndrangheta, camurra e mafia, che racconta l'affiliazione di un giovanotto in maniera dettagliata, nella falsa ottica delle fandonie di queste organizzazione criminali. Non voglio fare l'apologia de El Domingo, però devo ammettere che ha una bellissima voce a differenza di altri cantori di malavita che non si possono ascoltare e che fanno sorgere un sentimento di vendetta per l'offesa recata alla  musica. Oltre a questo cantante con nome d'arte spagnoleggiante, ci sono altri cantanti della mafiosità e ci sono soprattutto i cd. Alcuni titoli: Cu sgarra paga! Un disco che ha in copertina un uomo morto ammazzato con la camicia sporca di sangue. Tra i titoli delle canzoni, non possiamo non notare: Appartegnu all'onorata, E diventai picciottu e l'indimenticabile Sangu chiama Sangu. Contenuti anche ne La Musica della mafia. L'inizio dell'ultimo pezzo citato (Sangu chiama Sangu) è fantastico: ci sono due tizi che si parlano prima di un duello col coltello il dialogo tra due finisce con Roccu 'u calabrisi che dice a Turi 'u palermitanu "Porto 'na 'mbasciata pe' cuntu 'i me frati. 'Nfami" e poi la canzone prosegue: "Non eri malandrinu, ma tradituri. Non eri camurrista, ma deliquenti.", insinuando l'idea che il maladrino non è traditore e che il camorrista non è un semplice delinquente, ma uomo d'onore che rispetta le leggi non scritte, ma giusta delle 'ndrine.  Altri titoli che non passano inosservati sono Vangelu 'i malavita, ma anche I tre cavalieri di Spagna oppure Onorata Società  che contiene i brani: Riconoscere la società e Comu se forma se sforma. Comunque, tra i titoli delle canzoni, secondo me, vince Mori Carogna. Questi titoli danno il senso di come, le canzoni della 'ndrangheta non siano semplici inni, ma appartengano di fatto alla cultura (in senso aulico) mafiosa. Ad esempio nel pezzo Cu sgarra paga, si racconto di una riunione in cui si decide di uccidere 'un infame'. Nel brano si parla esplicitamente del fatto che ci sono alcune violazioni che possono essere perdonate pagando pegno e si chiamano trascuranza, in altri casi, come denunciare un mafioso, si paga con la vita. Effettivamente esiste questo sistema di leggi interne alla 'ndrangheta per le trascuranze si può arrivare fino all'espulsione dalla società (cosa che non avviene, quasi, mai, di solito si può uscire solo morti), passando per il pagamento di un' ammenda e altro. Lo sgarro dell' infamità è punito, come scrivevo prima con la morte.

I temi trattati sono sempre gli stessi, l'infame che parla e paga, le forze dell'ordine senza onore ed in particolare si persegue l'inganno che gli 'ndranghetisti siano  'uomini migliori', che fanno e ricercano il bene per loro, i familiari, ma anche per il popolo. Una sonora falsità o se preferite un' onorata falsità. Una bugia costruita ad arte, visto che la forza della 'ndrangheta sul territorio si forma con la paura e la violenza e che, con la complicità di gran parte della classe politica calabrese ed imprenditoriale (del Sud e del Nord), il diritto si è trasformato in favore, in piacire. Ricordava Antonio Nicaso, nel libro La Malapianta, scritto con Gratteri, che anche i cani capiscono che bisogna tenere pulita la propria cuccia. Invece, gli 'ndranghetisti, che si fanno omaggiare con canzoni e ballate, guadagnano miliardi di euro facendo rimanere la Calabria una delle regione più povere d' Europa e ne inquinano fiumi, mari, laghi e montagne.  Altro che Appartegnu all'onorata. Loro possono permettersi di ascoltare queste belle canzoni nei mari più limpidi del mondo, lontani dalle coste che hanno cercato di distruggere con risultati, purtroppo migliori di molti cantanti impegnati ad esaltarne le gesta.

sabato 10 marzo 2012

Amaro in bocca! la doppia faccia della manifestazione No Ponte di Villa San Giovanni del 2010.


di Claudio Metallo

Un solo no e tanti si! Questo è il senso della manifestazione contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Circa ventimila persone hanno detto no alla costruzione del mostro sullo stretto e hanno detto si al rafforzamento del trasporto pubblico, ad una soluzione condivisa per l'ammodernamento (chiamiamolo così) della Salerno - Reggio Calabria, alla messa in sicurezza delle zone di Calabria e Sicilia dissestate idrogeologicamente, ad un piano antisismico, alla bonifica delle terre e dei fiumi inquinati come la zona del fiume Oliva tra  Campora S.G. ed Amantea che, al di là delle belle parole, è rimasta solo sulla carta.
In sostanza, si sono stabilite quali sono le vere priorità. Come hanno scritto Osvaldo Pieroni ed Alberto Ziparo su Il Manifesto del 20 dicembre 2009:  "...No Ponte! significa buttare definitivamente a mare il vecchio modello di sviluppo meridionale - tra l'altro rivelatosi fallimentare - che ha prodotto i disastri economici ed ambientali di cui sono marcati i contesti siciliani e calabresi". Sfilando per Villa San Giovanni non si può non pensare a quali danni il cemento abbia fatto in queste zone e viene da riflettere anche su quale catastrofe possa diventare una forte scossa di terremoto, se non si comincia da subito a lavorare per mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati della costa, ma anche dell'entroterra reggino. Fa pensare anche il fatto che è bastata la prima neve e la prima pioggia dell'anno per mettere in crisi il sistema ferroviario e stradale della Calabria e della Sicilia: infatti molte persone sono rimaste bloccate ed hanno avuto difficoltà infinite ad arrivare in manifestazione.
I disagi per chi si sposta in questi giorni pre natilizi sono gravissimi ed i ritardi dei treni raggiungono le cinque ore. Prima di spendere sei miliardi di euro (che saranno di sicuro il quadruplo, in puro italian style), un esamino di coscienza un ministro dei trasporto di buon senso e non, del poco propenso ai rischi, capitalismo italiano, se lo dovrebbe fare. A proposito di politici: la giunta regionale era sicuramente ben rappresentata, soprattutto dopo la mossa elettorale dell'uscita dalla Stretto di Messina S.P.A., la società che sta drenando il denaro pubblico verso le casse di  Impregilo, senza che ci sia neanche un progetto abbozzato dell'opera.
Non poteva mancare l'adesione di Pippo Callipo, ormai sempre più orientato a far vincere le elezioni a Scopelliti. Fa sorridere che sia lui il campione di legalità in Calabria e si presenti con il partito di Di Pietro che, quando era ministro delle infrastrutture ha evitato la chiusura della Stretto di Messina, adducendo ridicoli motivi di penali da pagare ad Impregilo. A quest'ora ci stavamo raccontando un'altra storia. A proposito di Scopelliti, sarà curioso vedere con chi stringerà patti per conquistare la presidenza della regione. Speriamo che non faccia come Alemanno, che pur di vincere le elezioni si è alleato con fascisti, più beceri di lui. Dico questo, perché i topi di cui parlo, a Reggio Calabria hanno incendiato il C.S.O.A. Cartellla di Gallico (attivissimo nelle lotte ambientali e non solo) qualche anno fa e prima dell' intensificarsi delle iniziative No Ponte di quest'anno, hanno cercato d'intimidire gli attivisti con volantini in cui si minacciava di ucciderli. Che strana coincidenza: da nord a sud le minacce dei fascisti arrivano sempre nel momento in cui si stanno creando le basi per incrementare il conflitto e l'opposizione sociale.
A proposito di controllo: sicuramente la 'ndrangheta non sarà stata contenta di vedere così tanta gente, nonostante le condizione meteorologiche infami, a lottare contro un opera che andrà a riempire le tasche di mafiosi e 'ndranghetisti oltre che dei soliti noti di Impregilo. Stranamente, tra le persone meno contente dello svolgimento del corteo, c'era il commissario prefettizio di Villa San Giovanni, mandato proprio per ricreare un tessuto sociale devastato dalle infiltrazione mafiose. La società civile, oltre ai militanti, ha risposto all'appello della rete No ponte. Non c'è stata la stessa risposta degli abitanti di Amantea e dintorni in occasione del corteo del 24 ottobre, ma comunque la manifestazione del 19 resta un segnale incoraggiante che spinge a proseguire questa lotta.
Purtroppo, questa giornata, è stata macchiata da un grave lutto: la morte di Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato (CZ), comune tra i primi ad iniziare l'esperienza di accoglienza dei migranti che molti paesi calabresi, stanno portando avanti in questi anni. La morte di Franco Nisticò, forse si poteva evitare, ma sarà difficile stabilirlo.
Andiamo con ordine: nei giorni prima della manifestazione, come successe ad Amantea, si è cominciata a spargere (ad arte) la voce dell'arrivo di orde di Black Bloc a Villa. Il commissario prefettizio ha chiesto ai villesi di chiudere i negozi e farsi un week end fuori casa. Qualche giorno prima del corteo viene fatto sapere che è stata ritrovata una macchina piena di spranghe vicino alla piazza da cui partirà la manifestazione. Si mormora che siano stati i fascisti o almeno così fanno trapelare voci dalla questura. Il giorno del corteo c'è un dispiegamento di forze incredibile: ci sono i vigili, la polizia provinciale, i carabinieri, la polizia, la finanza, la guardia costiera e persino le guardie ecozoofile! Vengono fatti controlli di documenti nel mucchio senza nessuna specifica motivazione. Ovviamente non c'è nessun fermo, non ce ne sarebbe motivo, ma ogni movimento viene controllato, ogni strada secondaria presidiata in maniera vistosa. Purtroppo in mezzo a questo delirio securitario, arrivati alla fine del corteo, in una piazza allestita con un palco per i concerti e gli interventi delle varie associazioni, centri sociali e singoli, Nisticò ha un infarto. Aveva appena finito di parlare. Sembra incredibile, ma il prefetto e gli altri funzionari del disordine, non hanno pensato a tenere un'ambulanza sul posto. Infatti il mezzo era stato mandato via. Quando s'è chiamata l'ambulanza dal palco ci si è accorti che non c'era più. Subito è stato chiamato il 118. Intanto si è chiesto alla polizia di mettere a disposizione il loro mezzo di soccorso che non aveva neanche la bombola di ossigeno. Dopo un po' di titubanza dei funzionari, con conseguente tensione crescente, Nisticò viene portato via, purtroppo morirà poco dopo. Dall'infarto alla partenza del mezzo della polizia sono passati circa quaranta minuti. Se fossi il prefetto ed il responsabile dell' asl competente, mi sentirei sulla coscienza un morto. L'ennesimo caso di malasanità ed organizzazione cialtrona dell'ordine pubblico.
La gente nella piazza si scalda moltissimo, non si può vedere morire una persona così! La polizia per tutta risposta infila caschi, imbraccia scudi e manganelli e si prepara ad una carica. Bel modo di tenere l'ordine dopo quello che è successo. Per fortuna l'intelligenza ed il senso di responsabilità dei compagni in piazza prevale sulla rabbia. La manifestazione viene sospesa, non appena la gente comincia ad andare via, in modo da evitare altri problemi. Una giornata che era iniziata bene, nonostante la pioggia, finisce con l'amaro in bocca.
Vorrei chiudere con le parole del comunicato delle 'compagne e dei compagni dell' Unical':
"...Franco era questo: un Compagno! Non era semplicemente come molti giornali scrivono: un esponente del "Comitato per l'SS 106". Battersi per l'ammodernamento della "statale della morte" è stata solo l'ultima parte del suo lungo percorso di lotte. Franco era un antirazzista, uno di quelli che tra i primi, sia come cittadino che come sindaco, si è battuto per l'integrazione della comunità kurda a Badolato, ha accolto ed aiutato chi era in difficoltà, consapevole che la solidarietà umana non può essere subordinata ad un permesso di soggiorno. È stato un sindacalista attivo nelle lotte per il lavoro e la dignità della nostra gente. Uno di quelli che non si tira mai indietro, uno di quelli convinti che siamo noi a scrivere la nostra storia nelle piazze e nelle strade, con le nostre mani e le nostre menti. Uno di quelli abituati ad urlare la propria degna rabbia.
Franco Nisticò è stato e sarà sempre uno di noi!"

giovedì 8 marzo 2012

5 anarchici ed una rivolta

di Claudio Metallo

Il 22 luglio del 1970 alle 17:10, la Freccia del Sud, treno di emigranti che seguiva la tratta Palermo-Torino, deragliava a circa un km da Gioia Tauro.

Ci furono 6 morti e 139 feriti. I marescialli della Polizia De Carlis e Ciliberti esclusero senza ombra di dubbio l'origine dolosa del deragliamento.

In realtà si trattava di un attentato ed a questo ne seguirono altri della stessa matrice tra Gioia Tauro, Villa San Giovanni e nella stessa Reggio Calabria.

Elvio Catenacci degli affari riservati del ministero degli interni, giunto di persona, disse che non c'era dolo ed era colpa de macchinisti.

Sono passati 40 anni, ho tra le mani il libro di Fabio Cuzzola, 5 anarchici del Sud - una storia negata (edizioni Città del Sole). Il libro racconta la storia di 5 ragazzi che furono assassinati il 26 settembre del 1970 tra Ferentino ed Anagni, tamponati da un camion. Si chiamavano Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso ed Annalise Borth. I cinque anarchici stavano andando a Roma, alla manifestazione contro Nixon, l'ex presidente degli Stati Uniti. Avevano con loro alcuni documenti riguardanti la Rivolta di Reggio Calabria e l'attentato alla Freccia del Sud e li stavano portando ad i compagni romani per parlarne assieme.

Gli stessi compagni della capitale testimonieranno che i calabresi avevano raccolto materiale tale da "far tremare l' Italia.". Molti dei documenti, che non sono mai stati ritrovati, anche l'infiltrazione da parte dei fascisti italiani e greci in varie azioni di guerriglia nella città dello stretto, ma anche nella vicina Messina. L'altro sospetto è che le carte contenessero le prove del coinvolgimento dello Stato (per le omissioni nelle indagini), della 'ndrangheta, del comitato per Reggio capoluogo di Ciccio Franco, degli industriali reggini nell' attentato alla Freccia del Sud. All'epoca la matrice terroristica era stata esclusa ed è stata accertata solo 23 anni dopo.

Nel 1994 Giacomo Lauro, un pentito della 'ndrangheta, ha raccontato che diede il suo contributo nella strage. Lo confermò Carmine Dominici del movimento neo fascista  Avanguardia Nazionale di Valerio Junio Borghese, a Reggio Calabria. Lauro disse che l'attentato era stato compiuto materialmente con l'aiuto della 'ndrangheta. Lauro accusò: Vito Silverini, Renato Marino, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro di essere il braccio armato che faceva attentati per conto di Borghese con il coinvolgimento di Ciccio Franco ed il comitato Reggio Capoluogo composto, tra gli altri, da Renato Meduri (quello che voleva cacciare Gratteri dalla Calabria), Paolo Romeo, Benito Sembianza, Felice Genovese Zerbi ed Angelo Calafiore. I finanziatori degli attentati pare fossero Mauro, quello del caffè e Matacena Amedeo, quello dei traghetti.



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La serie di attentati dinamitardi (ben 44 in meno di due anni) nel reggino, s'inquadrava nella strategia della tensione e nella svolta a destra della rivolta di Reggio. Svolta che era già nell'aria visto che addirittura Amintore Fanfani, all'epoca presidente del Senato, intervenendo al premio Villa San Giovanni, si rivolse ad alcune persone che gridavano "Reggio capoluogo!", dicendogli che "...Reggio Calabria non è seconda ad alcuno, giacché quando su queste coste approdarano i coloni- non i colonelli...-greci, presero avvio le più alte forme di civiltà culturale e sociale." (vedi Reggio 1970 di Fabio Cuzzola, Donzelli editore). Era il 12 luglio del 1970. Uno strano riferimento quello ai colonnelli greci che tre anni prima avevano realizzato il colpo di Stato proprio in Grecia.

Si sa che i De Stefano appoggiarono l'estrema destra fascista e coprirono latitanti fascisti ed a Reggio erano di casa Concutelli, Delle Chiaie e Junio Borghese. Forse anche la 'ndrangheta voleva il colpo di stato, oppure era un modo per ottenere favori. Proprio secondo Concutelli,  Paolo De Stefano frequenta la casa di Stefano Delle Chiaie, in via del Sartorio, a Roma.

Altro particolare inquietante dei rapporti 'ndrangheta-neofascismo riguarda l'incontro di Montalto, sull'Aspromonte, del 26 ottobre 1969 tra le cosche calabresi. Stranamente la riunione annuale viene tenuta non a Polsi, come ogni anno, con buona pace della Curia romana e calabrese, ma in una località diversa ed in giorni diversi, rispetto alla tradizione.

La riunione viene interrotta da un blitz della polizia e trapela la notizia, mai confermata, che a quella assemblea delle cosche ci fosse anche Valerio Junio Borghese che era venuto a cercare l'appoggio della 'ndrangheta per il colpo di Stato che tenterà qualche anno dopo. Il giorno dopo, Borghese, terrà un tumultuoso comizio non autorizzato a Reggio Calabria.

I cinque anarchici, forse, avevano scoperto avevano le prove dei legami tra 'ndragheta e neofascisti?

Questa tesi viene avvalorata dalle telefonate tra i ragazzi ed i compagni di Roma e poi dal fatto che sul luogo dell'incidente arriva immediatamente la polizia politica, non si sa per quale motivo, evidentemente sapevano chi c'era nella macchina distrutta? La morte di Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso ed Annalise Borth è strana, come lo sono le indagini, strane ed approsimative: I cinque ragazzi viaggiavano in autostrada per raggiungere Roma e muoiono sbandando contro un camion di proprietà indovinate di chi' Di Valerio Junio Borghese.

I 2 autisti che sono anche suoi dipendenti, testimoniano che sono stati superati ad alta velocità dalla Mini Morris con a bordo i cinque, che sbandando ha colpito il camion e si è ribaltata. In realtà non verrà mai stabilito come sia andato l'incidente, anche perché pare che due corpi dei ragazzi sia stati sbalzati fuori a causa di un violento tamponamento, quindi la testimonianza dei due camionisti sarebbe falsa.

Il mezzo pesante coinvolto nell'incidente non verrà sequestrato per gli accertamenti: La notizia viene scoperta perché lo stesso camion è coinvolto in un altro incidente che provoca altri morti. La stampa cerca immediatamente di screditare i ragazzi: si dice che corressero a velocità folle, cosa che risultò essere falsa. Si sa che i giornalisti prima sparano e poi chiedono chi va là. Su Il Tempo, che ha la faccia tosta di autoproclamarsi 'quotidiano indipendente' (lo è tanto quanto De Gasperi era comunista), si comincia a parlare degli amori di Annelise Roth, da bravi vigliacchi si insinua l'idea che sia una ragazza facile, che va con tutti. Il Tempo pubblica, addirittura, la notizia che la Roth sia l'amante di Valpreda. Insomma grande giornalismo. Nessuna importanza viene data alla sparizione dei documenti nella macchina compresa l'agenda di Franco Scordo.

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Come ricordano molti storici e giornalisti tra cui Roberto Bortone: "La destra all'inizio chiama gli scioperanti teppisti e cialtroni, ma quando il comitato di azione finisce sotto il controllo del segratario provinciale della Cisnal Francesco Franco, si schiera con la sollevazione. Nasce lo slogan: Boia chi molla.."

Ed i fascisti cominceranno a chiamare la rivolta di Reggio "la nostra rivolta." Il neo fasci...ehm presidente della Regione Calabria, Scopelliti del PDL (rimarrà con Silvio o andrà con Ginfranco?), il 14 luglio del 2000 intitolò l'arena di Reggio Calabria a Ciccio Franco, dicendo che "Omaggiare i caduti di quella rivolta, i suoi protagonisti rappresenta la vera continuità". Speriamo che non voglia cominciare a mettere le bombe anche lui e far ammazzare gente in autostrada.

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La Rivolta di Reggio Calabria, di fatto, è stata una rivolta di popolo e negarlo sarebbe storicamente falso. Molta gente che stava sulle barricate non aveva una istanza politica reale da portare avanti se non quella di conquistare una vita migliore, se necessario, attraverso gli scontri di piazza: una cosa del tutto legittima.
Purtroppo, i capirione fascisti cercarono di fomentare solo il campanilismo contro Catanzaro, anche perché i loro scopi, a giudicare dagli intrecci con i neofascisti di Avanguardia Nazionale , erano diversi da quelli del resto della popolazione reggina.In realtà, le istanze delle gente vengono ignorate: dopo i morti, i feriti, le barricate si cede ad un fasullo pacchetto Colombo e la protesta rientra. Se non fosse dimostrato questo coinvolgimeno dell' estrema destra italiana verrebbe da pensare che i vari Ciccio Franco e compagnia cantante hanno creduto nella realizzazione del piano industriale per Reggio. Un'altra ipotesi è che lo slogan coniato dai compagni: "Ribelliamoci per non cambiare nulla, ribelliamoci perché il nostro nemico è il governo, lo stato...del quale poi divento sicuro parlamentare stipendiato." era molto aderente alla realtà e risentito oggi fa venire in mente certi parlamentari della Lega Nord.