mercoledì 14 marzo 2012

C'era una volta Lisbon Story...

C'era una volta Lisbon Story...

Vincenzo Muccioli e la 5 conferenza nazionale sulle droghe.

Vincenzo Muccioli e la 5 conferenza nazionale sulle droghe.

Tra il 12-13-14 marzo 2009, a Trieste, s'è svolta la 5° conferenza nazionale sulle droghe. Nel parterre non potevano mancare Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi che hanno partorito quell'idiozia che è la legge n°29/2006 sulle droghe, meglio conosciuta come Fini/Giovanardi. Una legge che tra le varie stupidità, contiene l'equiparazione tra droghe leggere (ad esempio cannabis o hashish) e droghe pesanti (ad esmpio cocaina o eroina). E' storia che il proibizionismo favorisce i guadagni della criminalità organizzata: è successo negli anni del proibizionismo alcolico negli Stati Uniti. Periodo in cui si sono arricchiti in molti tra cui il bisnonno di John F. Kennedy ed anche il nostro conterraneo Rocco Perre che Antonio Nicaso nel libro che gli ha dedicato chiama Piccolo Gatsby .
La legge Fini/Giovanardi non solo va nella direzione del proibizionismo più intransigente (e quindi ottuso o in malafede), ma indica anche alla criminilatà su quale droga puntare. Se un narcotrafficante va in giro con cento grammi di erba o con cento grammi di cocaina rischia la stessa pena. La cocaina costa, al consumatore, sei o sette volte l'erba. Con cosa deciderò d'invadere il mercato per fare un sacco di soldi? Nonostante, ormai, sia considerato quasi 'uno di sinistra' Fini ha firmato due delle leggi più agghiaccianti del governo Berlusconi del 2001-2006: la legge sulle droghe e la Bossi/Fini altro capolavoro legislativo che, anche lui, vorrebbe adesso modificare. Buona fortuna.
Nella conferenza sulle droghe si sono succedute vari interventi, alcuni al limite del ridicolo.
Andando sul sito dell'evento campeggia il francobollo ufficiale dell'iniziativa: ci sono tre bei faccioni tra cui Vincenzo Muccioli! Mi stropiccio gli occhi, riguardo ed effettivamente, c'è proprio Muccioli, quello di San Patrignano. Si sa che il caro Vincenzo aveva molti amici politici ed è stato anche difeso, nei vari processi in cui è stato imputato, dall' avvocato Carlo Taormina.
Ah, già i processi: San Patrigano è stata considerata per molti anni un campo di prigionia. Il Corriere della Sera del 3 settembre 1995 riporta che durante il 15° Congresso mondiale di psichiatria sociale, i professori Sergio De Risio e Mario Cagossi dell' Istituto di psichiatria dell' Università Cattolica del Sacro Cuore, definirono la comunità come "... un paradosso nelle dimensioni che contraddice l' idea di comunita' terapeutica che si fonda innanzitutto sulle piccole quantita' dei suoi membri (15, 20 al massimo) e richiede un' organizzazione centrata sulle necessita' del singolo e del gruppo. Non e' possibile che si fondi una comunita' in senso proprio dove c' e' una quantita' elevata di soggetti. Una comunita' di questo tipo potra' avere tutti i pregi possibili, ma sicuramente in essa si concentrano e si accumulano tensioni che difficilmente si possono governare". Muccioli fu accusato, in vari processi, di costringere con la forza le persone a rimanere nella comunità durante le crisi d'astinenza e a "indebite restrizioni della libertà personale dei soggetti interessati "(Tribunale di Rimini, Sentenza 16/02/1985 ,pag.6)
Nel 1993, Franco Grizzardi, un ex ospite denunciò che un ragazzo, Roberto Maranzano, dato per disperso dal 1989 in circostanze mai chiarite da Muccioli, era stato pestato a morte nella porcilaia, che diventerà tristemente famosa, perché era indisciplinato: alzava lo sguardo mentre si mangiava ed era cattiva educazione.
" 'E' pazzesco che Roberto Maranzano sia stato punito perché nella macelleria di San Patrignano non si poteva alzare lo sguardo mentre si mangiava.' Corre un brivido tra il pubblico quando il pm Franco Battaglino racconta in aula perché Maranzano fu massacrato, 5 anni fa, nella porcilaia della comunità per tossicodipendenti più grande d' Europa. Per la prima volta i tanti fotogrammi da film dell' orrore sul "delitto di San Patrignano" arrivano in un' aula del tribunale. E' il giorno in cui il gip, Vincenzo Andreucci, deve decidere se confermare il rinvio a giudizio per Muccioli (accusato di omicidio colposo e concorso in occultamento del cadavere) e quale sentenza pronunciare per i 7 ragazzi coinvolti nell' atroce pestaggio di Maranzano." (Repubblica 24 febbraio 1994).
Dopo la denuncia di Grizzardi, il cadavere di Maranzano fu ritrovato in una discarica presso Napoli. L'autopsia confermò che la morte fu causata da un pestaggio. L'autista di Muccioli, Walter Delogu, aveva registrato lo stesso, caritatevole Muccioli (fervente cattolico) che cercava di convincere Grizzardi a non testimoniare (registrazione ascoltata in aula il 2 novembre 1995) ed in seguito, a proposito di alcuni possibili testimoni, si è lasciato sfuggire: "Ci vorrebbe un' overdose... due grammi d' eroina e un po' di stricnina... bisogna operare come con i guanti del chirurgo. Oppure bisognerebbe sparargli con una pistola sporca."
Mi sembra giusto dedicare un francobollo ad un benefattore di questa caratura morale.
Nel processo viene fuori che la porcilaia è un luogo dove le punizioni corporali erano all'ordine del giorno: viene fuori che era usuale schiacciare i testicoli, dare calci e pugni.
Durante gli anni del processo, un ex dipendente di Sanpatrignano, presentandosi volontariamente al Commissariato di Polizia, dichiarò di aver ricoperto per anni il ruolo preposto al recupero e pestaggio dei fuggitivi agli aordini di Vincenzo Muccioli. Vennero pure allo scoperto alcuni strani suicidi, come quelli di Natalia Berla e Gabriele De Paola, avvenuti nella primavera dell'89 e quello di Fioralba Petrucci, risalente al giugno 1992. Tutte e tre le persone si sono suicidate mentre si trovavano in clausura punitiva all'interno della comunità, gettandosi dalle finestre delle stanze in cui erano chiuse.
Chiaramente molti altri ospiti si decisero a denunciare le violenze subite ed addirittura violazioni della legge elettorale in favore di politici amici.

Per un lancio di uova.


di Claudio Metallo


Dagli, ormai celeberrimi, memoriali di Francesco Fonti è uscito fuori in maniera chiara, il coinvolgimento dello Stato nell'affaire 'Navi dei Veleni'. Come sappiamo, lo Stato, ha chiesto aiuto ai Nirta (storica e potente famiglia della 'ndrangheta) per smaltire rifiuti di varia natura e lo stesso Fonti faceva parte di una delle 'ndrine di San Luca. Al nome di questi cosche è legata, indissolubilmente, una città tedesca: Duisburg.
Nel 2006, Giovanni Luca Nirta doveva essere ucciso a casa sua. Invece, i killer uccidono la moglie. I giornali italiani cominciano ad interessarsi della faida di San Luca: la notizia incredibile è che tutto è partito da un lancio di uova! Si parla di un carnevale di qualche anno prima, che dai racconti sembra perso nella notte dei tempi, in cui i giovani rampolli dei Nirta-Strangio e Pelle-Vottari si sono scontrati a colpi di uova. L'episodio in questione è realmente successo: in molti (me compreso) hanno più volte scritto che le nuove leve della Cosa Nuova (o 'ndrangheta) della zona della piana sono i più idioti che queste terre martoriate ricordino. Non solo, inquinano, sparano, ammazzano, ma rapinano automobilisti di passaggio e sparano contro gli stranieri comunitari e non che si spaccano schiena, mani e polmoni in terre che spesso sono di proprietà delle 'ndrine stesse. Un giovane Mancuso è stato arrestato per una rapina di poche centinaia di euro ai danni di un camionista. I Mancuso, sono la cosca finanziariamente più potente d'Europa, secondo Giuseppe Lumia, esperto di antimafia del Partito Democratico. A proposito di potere, Lumia stava per essere cacciato dal P.D.: Veltroni non voleva ricandidarlo perché il parlamentare aveva già esercitato in due legislature (ricordate la regoletta del P.D.?), ma visto che Italia dei Valori si era proposta di metterlo in lista , il buon Walter l'aveva richiamato. E' strano notare che Lumia, esperto antimafia, minacciato di morte per il suo lavoro fuori e dentro il parlamento fosse stato lasciato fuori, mentre la moglie di Fassino, Anna Serafini non avesse avuto nessun problema a farsi riconfermare. Misteri! Come l'assenza in parlamento di molti leader dell'opposizione nel giorno dell'approvazione del ragalone alla criminalità organizzata: lo scudo fiscale.

Nirta-Strangio vs Pelle-Vottari.

Nel reggino ci sono le cosche più potenti della 'ndrangheta e quindi del mondo. Francesco Fonti ed i pochi altri pentiti calabresi, hanno rivelato che ci sono locali di 'ndrangheta provenienti dalla provincia di Reggio Calabria a Talone, Clermont Ferrand, Marsiglia in Francia. Giovanni Gullà sostiene che in tutta la costa azzurra ci sono insediamenti malavitosi che, ovviamente, fanno affari, investono e riciclano denaro sporco. Da alcune inchieste è uscito fuori che c'è un collegamento (tenuto pare da tale Salvatore Filippone) per riciclare denaro tra la locride e la Russia dell'amico Putin. Inoltre si mormora, a mezza bocca, che alcune famiglia abbiamo acquistato grossi pacchetti di azioni Gazprom e North Europe Pipeline. D'altronde gli affari a livello internazionale sono sempre stati il pallino di tutti i grandi gruppi criminali. Le 'ndrine reggine pare siano state le prime in assoluto ad eliminare il conto vendita per le grosse partite di coca ed è così che si sono guadagnati la fiducia di molti narcotrafficanti latinoamericani. Immaginate quale quantità di denaro riescono a muovere questi assassini. I giovani 'ndranghetisti non fanno le ricottine salate nei casali fuori città: parlano inglese, spagnolo, francese. Lingue, che in Calabria non parla quasi nessuno anche a causa loro. Sono persone che mirano scientificamente a mantenere questa terra sottosviluppata, gli serve così, la gente è più malleabile e si può ancora raccontare la favoletta dell' onore, del rispetto e delle regole non scritte. Tutto questo dovrebbe essere considerato inaccettabile, soprattutto per i media che vengono riempiti d'idiozie ad ogni fatto di sangue. E' il caso di ricordare, a proposito di rispetto e onore, il rapimento , alla fine degli anni ottanta, di un bambino di sette anni, Marco Fiore. Quel bambino è rimasto legato ad una catena per 17 mesi. Un bimbo di sette anni è in piena fase di sviluppo e dopo il rapimento ha dovuto sostenere una lunga riabilitazione perché non riusciva a camminare. Le sue ossa, i suoi muscoli si erano sviluppati male bloccati dal ferro freddo della catena.

Duisburg, preti e giornali.

I giorni dopo Duisburg, molti giornali italiani cominciano a minimizzare l'accaduto. Si parla del folklore dell'avvenimento e non delle implicazioni economico-criminali che ci stanno dietro. Appaiono interviste ai parenti delle vittime che difendono i loro cari. Calabria Ora del 19 agosto 2007 pubblica un'interessante dossier (al giornale li chiamano I Quaderni) La vera storia della faida: nel menù, oltre alle uova troviamo anche delle ottime arance, lanciate addosso agli sfidanti come ad Ivrea (Torino) durante la battaglia di carnevale. Si dà spazio ad i cittadini di San Luca: "Dopo Duisburg, gli abitanti, vorrebbero tornare alla normalità.". Non so bene cosa s'intenda per normalità: essere schiavi nella propria terra, collusi, ignavi, essere costretti ad emigrare?
I giornali nazionali, invece, cercano con costanza la verità ed avviano una campagna come per le fondamentali 10 domande di D'Avanzo. Proprio La Repubblica cinque giorni dopo la strage, il 20 agosto 2007, pubblica un articoletto a pagina 12! Bisognava costringere Francesco Pelle (uno dei boss dei Pelle - Vottari), alias Ciccio Pakistan, ad andare al compleanno di una diciottenne, magari non a Casoria, ma a Longobucco o Bocchigliero. Certo, per lui sarebbe stato più difficile. Ciccio Pakistan è inchiodato su una sedia a rotelle da quando hanno cercato di ammazzarlo a casa sua, ad Africo, il giorno della nascita di suo figlio. Nonostante le barriere architettoniche, che per ogni calabrese diversamente abile sono una vera tragedia, Pelle è riuscito ad avere una tranquilla latitanza, fino a quando non è stato arrestato.
Si leggono in quei giorni fiumi d'inchiostro che che riportano le parole del prete di San Luca: don Pino Strangio che parla di ricerca della verità, dell'inutilità delle condanne, non si capisce se penali o morali!
Il prete blatera, anche, di perdono. Ricordando le figure di don Pino Puglisi e don Peppino Diana, viene da domandarsi: ma chi ce l'ha mandato questo tizio a San Luca? Si è sentita forte la puzza di complicità, di omertà e di vigliaccheria ogni volta che don Pino apriva la bocca. E' interessante riportare questo brano dal blog di Roberto Galullo de Il Sole24 ore:
'Leggete questa intercettazione raccolta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio il 13 settembre 2007, un mese dopo la strage che lasciò sul campo sei persone (una era stata appena “punciuta”, cioè affiliata, con un santino che bruciava in mano). Antonino Gioffrè, figlio del boss, rivolgendosi ad una amico dice ''abbiamo sistemato a San Luca, tutto bene tutti chiusi...capito? Non si spara più se tutto va bene''. Dall'ordinanza non e' chiaro il ruolo della Chiesa quando un altro dei figli del boss, Domenico, parlando con un amico dice : ''Poi ieri e' uscito Don Pino il prete...e il vescovo brigantino benvenuto - gli ha detto - ad un grande uomo di Seminara il nostro - ha detto - amico Rocco Gioffrè e ci teniamo - ha detto - a dare questa soddisfazione per la pace quando gli ha detto (...) poi il prete ha detto la cosa nella chiesa: ha detto ringrazio sull'anima di mio padre - ha detto - tutta Seminara - e un grande uomo di Seminara Shalom - ha detto Don Pino - Shalom a Seminara e a tutto il mondo intero''.'
Penso sia un passaggio interessante. Don Pino Strangio è colui che ha avuto l'ardire di dire che a Polsi nei giorni dei festeggiamenti al santuario della Madonna, non ci sono incontri tra boss. Per verificare questo mistero della fede, v' invito ad andare a Polsi tra fine agosto ed inizio settembre e portarvi una telecamera o una macchina fotografica: sarà molto interessante vedere la reazione della persone che riprenderete o fotografate.
Preti chiacchierati ce ne sono sempre stati, pensiamo al don Stilo, descritto nel bel libro di Corrado Staiano Africo, di cui consiglio la lettura.
La faida di San Luca, sembra conclusa, almeno per ora. Evidentemente è stato trovato un accordo. Magari, come successe per la pace tra i Nuvoletta e Bardellino, qualcuno s'è venduto qualcun'altro e la pace è stata fatta e pare che i garanti siano niente meno che i Pesce-Bellocco di Rosarno.





lunedì 12 marzo 2012

Canta che non passa. la musica della 'ndrangheta


di Claudio Metallo


Il 4 maggio 2010, a Rosarno viene arrestato Antonio Magnoli. Ricercato, a livello internazionale, per aver violato la legge sugli stupefacenti e per associazione a delinquere. Questo recitano i comunicati stampa. Sicuramente non era ricercato per detenzioni di erba ad uso personale, ma più probabilmente per raffinazione di stupefacenti e narcotraffico. Staremo a vedere, però è curioso che questo personaggio sia stato arrestato proprio a Rosarno, o meglio è strano che un italo francese (Magnoli è nato ad Antibes, vicino Cannes) abbia scelto la piana di Gioia Tauro ed in particolare Rosarno, per la sua latitanza.

Su Antibes, Victor Hugo scriveva: "Qui tutto splende, tutto fiorisce, tutto canta.". Nonostante un detto di 'ndrangheta reciti: «Davanti alla gran curti non si parra, pochi paroli e cull'occhiuzzi 'nterra, l'omu chi parra assai sempre la sgarra! Culla sua stessa lingua s'assutterra», anche in Calabria si canta e si ascolta la radio. A Rosarno dove c'era una stazione in fm, Radio Olimpia, a disposizione dei clan per mandarsi messaggi in codice, tramite dediche o canzoni specifiche. Giustamente, fa notare Claudio Cordova (http://claudiocordova.wordpress.com/) in un suo articolo, Lezioni di mafia, radio abusive, donne cassiere. Il clan Pesce di Rosarno, come, questa, sia l'ennesima prova della fusione tra arcaicità e modernità della 'ndrangheta. Inoltre c'è da notare che le donne del clan sono di più e hanno maggior peso di quelle della nuova giunta regionali Scopelliti.

A Rosarno questo inizio di maggio è stato parecchio movimentato. Oltre all'arrivo in pompa magna dei sindacati per il 1° maggio, ci sono stati una raffica di arresti e di sequestri di beni mafiosi. Gratteri ha, giustamente, ricordato al ministro (sic!) La Russa che il governo non c'entra nulla con questi, così detti, colpi inferti alle cosche. Visto che le indagini le fa la magistratura e gli arresti gli sbirri. A me piace immaginare, anche se non è così, che questa disarticolazione delle cosche rosarnesi dei Pesce-Bellocco, sia un omaggio a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione del Partito Comunista di Rosarno, a trenta anni dal suo omicidio, avvenuto il 10 giugno del 1980, dopo la vittoria alle elezioni amministrative.

Non esistono canzoni dedicate a Peppe Valarioti, ma ne esiste almeno una dedicata a Gregorio Bellocco ed è contenuta nel disco Pensieri di un latitante. La canzone descrive le presunte virtù di questo boss, che prima dell'arresto era nella famigerata lista dei trenta latitanti più pericolosi. Il testo racconta di come i fiumi si siano prosciugati dopo l'ingiusto arresto di questo galantuomo, ritenuto mandante dell'omicidio di Franco Girardi, colpevole di non aver protetto adeguatamente la latitanza di Antonino Bellocco, facendolo arrestare.
Pare che, la canzone dedicata al capomafia rosarnese, sia stata scritta e cantata dal cugino Giuseppe Bellocco, all'epoca latitante ed arrestato nel 2007.
Questo fatto indica che molte delle canzoni delle 'ndrangheta vengono registrate in maniera amatoriale, anche perché, ormai, la tecnologia permette di registrare con una buona qualità audio, anche in casa.

Esistono anche delle etichette che si occupano di distribuire cd con i canti di malavita. Ad esempio a Reggio Calabria c'è l' Elca sound che dice di pubblicare questi dischi per ragioni folcloristiche e commerciali, visto che questo materiale si vende benissimo anche all'estero. Ad esempio, tra il 2000 ed il 2005, fece scalpore l'uscita della raccolta musicale sui canti della 'ndrangheta: La Musica della mafia. Nei tre cd che componevano la raccolta c'erano i pezzi storici del repertorio, diciamo, malavitoso calabrese. Brani che si potevano ritrovare in cd e musicassette in vendita sulle bancarelle di mezza Calabria, durante fiere, mercati e feste patronali. La raccolta vendette, solo tra Germania e Francia, circa 150000 copie e suscitò l'interesse dei media stranieri. I giornalisti di questi due paesi, cominciarono a scrivere che queste raccolte, in Italia, venivano censurate e montarono un caso sulla libertà di espressione. Tutto ridicolo, visto che quei brani hanno sempre circolato liberamente, nonostante, alcuni di essi, travalichino ampiamente l'apologia di reato. Francesca Viscione, autrice del libro La globalizzazione delle cattive idee, mafia musica e mass media, spiega, in un'intervista rilasciata per il blog La voce di Fiore: "Gli attacchi dei giornali d'oltralpe al nostro Mezzogiorno furono violentissimi e strumentali. Gli abitanti furono definiti rozzi, violenti e brutali. I tedeschi, purché non andassero sull'Aspromonte, potevano starsene tranquilli (!) a casa loro. Amanti della musica etnica e della cultura selvaggia e ribelle ballarono tarantelle mafiose. Pestando i piedi su quelli che, credevano, fossero solo morti nostri."
Nel catalogo della casa discografica reggina, Elca Sound, ci sono vari artisti, tra cui Otello Profazio e c'è anche una meritoria pubblicazione di Fred Scotti (conosciuto anche come Ciccio Freddi Scotti), autore di Tarantella guappa, ripresa anche nel bellissimo disco di Daniele Sepe, Jurnateri. Scotti, il cui vero nome era Francesco Scarpelli, fu ucciso per aver infastidito la moglie di un guappo cosentino, il 13 aprile del 1971. Sempre nel catalogo Elca c'è anche il disco di un simpatico giovanotto Angelo Mauro. Acquistando il suo cd si partecipa ad uno straordinario conocorso: Angelo Mauro a casa tua. Il concorso è, purtroppo, scaduto nel 2009.

Esiste tutta una tradizione di canzoni dedicate ai carcerati, ai delitti d'onore che effettivamente, ci piaccia o no, rientrano nei canti tradizionali, come le ballate dedicate al brigante Giuseppe Musolino, in cui egli appare come un uomo vittima di un' ingiustizia, mentre invece era un noto prepotente e mezzo 'ndranghetista. Sempre Francesca Viscione ci dice a proposito della tradizione popolare: "Quando si parla di cultura popolare si parla di una cultura millenaria, e soprattutto di una cultura estremamente condivisa.". Quella dei briganti e del brigantaggio, si può considerare, indubbiamente, "cultura estremamente condivisa". Tra l'altro , proprio Musolino, è stato interpretato dal bello dei melodrammi italiani degli anni '50, Amedeo Nazzari, nel film Il Brigante Musolino (1950) di Mario Camerini. La protagonista femminile del film è, invece, Silvana Mangano. A livello storico, il lungometraggio, in pratica conserva solo il nome del protagonista.

Oltre a cantanti come Angelo Mauro o Frank Vagabondo, l' Elca produce anche musicisti che descrivono la vita del latitante, le regole della 'ndragheta, che cantano le prodezze di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri spagnoli che arrivarono in Calabria, Sicilia e Campania per fondare "li regoli sociali", come canta El Domingo in una sua canzone 'Ndrangheta, camurra e mafia, che racconta l'affiliazione di un giovanotto in maniera dettagliata, nella falsa ottica delle fandonie di queste organizzazione criminali. Non voglio fare l'apologia de El Domingo, però devo ammettere che ha una bellissima voce a differenza di altri cantori di malavita che non si possono ascoltare e che fanno sorgere un sentimento di vendetta per l'offesa recata alla  musica. Oltre a questo cantante con nome d'arte spagnoleggiante, ci sono altri cantanti della mafiosità e ci sono soprattutto i cd. Alcuni titoli: Cu sgarra paga! Un disco che ha in copertina un uomo morto ammazzato con la camicia sporca di sangue. Tra i titoli delle canzoni, non possiamo non notare: Appartegnu all'onorata, E diventai picciottu e l'indimenticabile Sangu chiama Sangu. Contenuti anche ne La Musica della mafia. L'inizio dell'ultimo pezzo citato (Sangu chiama Sangu) è fantastico: ci sono due tizi che si parlano prima di un duello col coltello il dialogo tra due finisce con Roccu 'u calabrisi che dice a Turi 'u palermitanu "Porto 'na 'mbasciata pe' cuntu 'i me frati. 'Nfami" e poi la canzone prosegue: "Non eri malandrinu, ma tradituri. Non eri camurrista, ma deliquenti.", insinuando l'idea che il maladrino non è traditore e che il camorrista non è un semplice delinquente, ma uomo d'onore che rispetta le leggi non scritte, ma giusta delle 'ndrine.  Altri titoli che non passano inosservati sono Vangelu 'i malavita, ma anche I tre cavalieri di Spagna oppure Onorata Società  che contiene i brani: Riconoscere la società e Comu se forma se sforma. Comunque, tra i titoli delle canzoni, secondo me, vince Mori Carogna. Questi titoli danno il senso di come, le canzoni della 'ndrangheta non siano semplici inni, ma appartengano di fatto alla cultura (in senso aulico) mafiosa. Ad esempio nel pezzo Cu sgarra paga, si racconto di una riunione in cui si decide di uccidere 'un infame'. Nel brano si parla esplicitamente del fatto che ci sono alcune violazioni che possono essere perdonate pagando pegno e si chiamano trascuranza, in altri casi, come denunciare un mafioso, si paga con la vita. Effettivamente esiste questo sistema di leggi interne alla 'ndrangheta per le trascuranze si può arrivare fino all'espulsione dalla società (cosa che non avviene, quasi, mai, di solito si può uscire solo morti), passando per il pagamento di un' ammenda e altro. Lo sgarro dell' infamità è punito, come scrivevo prima con la morte.

I temi trattati sono sempre gli stessi, l'infame che parla e paga, le forze dell'ordine senza onore ed in particolare si persegue l'inganno che gli 'ndranghetisti siano  'uomini migliori', che fanno e ricercano il bene per loro, i familiari, ma anche per il popolo. Una sonora falsità o se preferite un' onorata falsità. Una bugia costruita ad arte, visto che la forza della 'ndrangheta sul territorio si forma con la paura e la violenza e che, con la complicità di gran parte della classe politica calabrese ed imprenditoriale (del Sud e del Nord), il diritto si è trasformato in favore, in piacire. Ricordava Antonio Nicaso, nel libro La Malapianta, scritto con Gratteri, che anche i cani capiscono che bisogna tenere pulita la propria cuccia. Invece, gli 'ndranghetisti, che si fanno omaggiare con canzoni e ballate, guadagnano miliardi di euro facendo rimanere la Calabria una delle regione più povere d' Europa e ne inquinano fiumi, mari, laghi e montagne.  Altro che Appartegnu all'onorata. Loro possono permettersi di ascoltare queste belle canzoni nei mari più limpidi del mondo, lontani dalle coste che hanno cercato di distruggere con risultati, purtroppo migliori di molti cantanti impegnati ad esaltarne le gesta.

Non pagare il pizzo: una questione di dignità. La storia di Rocco Mangiardi.


di Claudio Metallo

Sto realizzando un documentario ('Un pagamu) sulla questione del pizzo a Lamezia Terme, terza città della Calabria. Lamezia comprende tre comuni: Sambiase, Nicastro e Sant'Eufemia. Proprio a Nicastro fu ritrovato il primo codice scritto della 'ndrangheta nel 1888. Questo fatto da la dimensione di come la 'ndrangheta sia radicata in questi territori. La città è amministrata da Gianni Speranza, sindaco di Sinistra, ecologia e libertà che ha fatto della lotta ai clan uno dei baluardi della sua amministrazione.
Per questo nuovo film che sto girando con Nicola Grignani e Miko Meloni, vado ad incontrare ed intervistare Rocco Mangiardi. Un uomo dall'aspetto mite, tranquillo che fuma una sigaretta dopo l'altra. Dice di non essere abituato a stare davanti alla telecamera ed in effetti è emozionato. Racconta la sua storia in maniera lenta, ponderando bene le parole. Si emoziona raccontando la sua vicenda ed ogni tanto chiede di fermare le camere, quasi che il suo racconto gli facesse rivivere realmente le sensazione che ha provato durante il percorso che lo ha portato ad essere il primo commerciante lametino ad indicare i suoi estortori in un aula di tribunale.
Prima di iniziare l'intervista, mi spiega che è sotto scorta, ma non tanto per la sua testimonianza, quanto per il fatto che durante lo svolgimento del processo, è stato sventato un attentato ai giudice Domjianni e Spataro che seguivano anche la sua vicenda. Per sicurezza, è entrato in un programma di protezione. Mangiardi, ci tiene a mettere in chiaro questo punto, per far capire che non tutti quelli che denunciano sono costretti alla scorta e quindi a rinunciare a parte della proprio "intimità". Non vuole scoraggiare i suoi colleghi, commercianti 'onesti', ad intraprendere la sua stessa strada. Sottolinea la parola "onesti" perché, aggiunge, altri sono collusi e fanno affari con le cosche locali.
Il suo racconto comincia, nella migliore tradizione, con una sua presentazione:

"Sono Rocco Mangiardi e sono un piccolo commerciante di Lamezia Terme. Ho un negozio di autoricambi in via del Progresso, la via commerciale principale della città.
La mia storia con il racket inizia, grosso modo, nel 2006. Negli anni precedenti avevo avuto solo avvisaglie, grosse avvisaglie che mi erano costate molto, ma poi era tutto rallentato perché c'erano in corso guerre da cosche ed avevano altro a cui pensare.
Nel 2006 vengono alcuni individui che già frequentavano la mia attività, il mio magazzino e mi chiedono di non dare più credito a nessuno perché, pagando una tangente di 1200 euro al mese, avrei risolto tutti i miei problemi. Mi dissero di dare questo pensierino a Pasquale Giampà che era il reggente del clan Giampà, qui a Lamezia Terme. Questa zona era sotto la sua tutela."

Nel negozio di Rocco Mangiardi lavorano quasi solo  giovani, tutti messi a posto.

"Pagare questa cifra per me voleva dire chiudere questa attività e mandare a casa i ragazzi che lavorano con me.
Sono entrato in contatto con  l'associazione antirakcet di Lamezia Terme (ALA) ed ho ritenuto opportuno iniziare a collaborare con le forze dell'ordine. Ci sono state delle intercettazioni e poi gli arresti di quattro persone, tra cui Pasquale Giampà."

Claudio Metallo: Dopo cos'è successo?

Rocco Mangiardi: "Dopo gli arresti del maggio 2008 è iniziato il processo. Il momento più importante sia per me che per il procedimento è stato il primo grado, quando sono andato a testimoniare contro questi individui che cercavano di estorcermi del denaro. In quella giornata ricordo benissimo che c'erano molti commercianti al mio fianco, soprattutto quelli che aderiscono all'ALA. E' stato molto incoraggiante per me quella presenza, perché anche grazie a loro sono riuscito ad indicare al giudice i miei estortori.
La sentenza di primo grado è stato di circa 14 anni per i due imputati maggiori e in secondo grado è stata ridotta ha circa 10 anni."


CM: Com'è andato il suo incontro con Pasquale Giampà?

RM: "L'incontro con il boss Giampà l'ho avuto quando, un suo conoscente mi ha chiesto di andare ad incontrarlo per patteggiare l'estorsione di 1200 euro al mese. Cercavo di prendere tempo. Ho chiesto se si poteva rivedere questa somma perché non ero in grado di pagare ed ho proposto 250 euro al mese. Questo signore mi ha risposto che in via del progresso pagano tutti dalla A alla Z e non chiede l'elemosina."


CM: Come mai è arrivato a testimoniare in aula, in molti casi non succede, quando l'imputato richiede il rito abbreviato, per esempio, il confronto in aula non è indispensabile.

RM: "Sono arrivato a testimoniare in aula perché con molta probabilità, il boss Giampà, non richiedendo il rito abbrevviato pensava che io mi tirassi indietro e che non andassi a testimoniare. Cosa che non è successa. Ho avvertito questa sua non richiesta di rito abbrevviato come una sfida. Credo che lui abbia fatto questo perché credeva fermamente che io non avessi il coraggio di andare a testimoniare. Cosa che non è successa"

CM: Com'è cambiata la sua vita, si sente più sicuro?(Mangiardi, mi guarda in faccia e sorride):

RM: "Vivo sotto scorta dal Natale del 2009. Grazie all'appoggio anche della mia famiglia stiamo vivendo con serenità questa situazione. Anche la mia attività è tutelata dalla mattina alla sera. Un po' d'intimità è andata a mancare, ma mi sento comunque più libero e più sicuro che sotto protezione di un boss della 'ndrangheta. Ne ho guadagnato in libertà, ma anche in dignità. A miei figli ho cercato di passare alcuni valori, se non andavo avanti con questo discorso, rinnegavo quello che gli avevo insegnato. Potevano dirmi: ci hai insegnato una cosa ed adesso che puoi metterla in pratica ti tiri indietro?"

CM: Hanno accettato la situazione.

RM: "Si, si. Quando ne ho parlato con loro, ci siamo guardati negli occhi e sarebbe stato traumatico se avessi fatto il contrario."

CM: Secondo lei, come mai la 'ndrangheta, nonostante gli introiti enormi derivanti dal traffico di droga o dagli appalti continua a chiedere il pizzo?

RM: "L'estorsione è comunque una fonte di guadagno, non è la più grossa ma sono sempre soldi. Chiedere un'estorsione ad un piccolo commerciante come me, gli serve come monito per far capire alla gente ed ai miei colleghi commercianti che qua comandano loro.
Vogliono sottomettere la gente, comandare, guadagnare ed avere le mani in tutte le attività economiche della zona."

CM: Se lei dovesse convincere una persona a non pagare, a ribellarsi come ha fatto lei, cosa direbbe?

RM: "Ai miei colleghi direi di pensare ai propri figli, perché pagando non gli diamo un bel futuro. Anche loro si ritroveranno con i nostri problemi e non potranno andare avanti con le loro aziende. Per questo bisognerebbe andare contro alla 'ndrangheta, a questa gentaglia."

Tra una pausa e l'altra sono siamo insieme a Mangiardi, circa tre ore, ma quando gli chiedo, a fine intervista, se vuole aggiungere qualcosa, mi dice:
"Si, vorrei dire che spero che i genitori la smettano di dire ai propri figli che il futuro lo cambieranno loro. Il futuro, lo si cambia insieme, non possiamo delegare ai nostri figli il problema della 'ndrangheta." .



Marlane, la fabbrica dei veleni: Intervista a Francesco Cirillo.


di Claudio Metallo

Francesco Cirillo è autore del libro Marlane:la fabbrica dei veleni, scritto con Luigi Pacchiano (operaio della Marlane e sindacalista) e Giulia Zanfino (giornalista). La fabbrica fu costruita a Praia a Mare (Cosenza) dal conte Rivetti con i soldi della Cassa per il Mezzogiorno; su 1100 lavoratori che vi hanno lavorato, circa 140 si sono morti per malattie tumorali, sulle quali è in corso un processo alla procura di Paola (CS).
Dalle interviste realizzate per il libro, è stato tratto un servizio giornalistico che è andato in onda durante la trasmissione Crash di Rai Educational. Le testimonianze raccolte dagli autori del libro sono drammatiche: sotto il ricatto del lavoro, gli operai della Marlane si sono esposti per anni ai fumi e vapori industriali generati dalle stoffe prodotte in fabbrica. Si lavorava in un ambiente unico, privo di areatori e senza pareti divisorie, quindi anche chi non era addetto alle lavorazioni più tossiche subiva le esalazioni dei coloranti e delle altre sostanze utilizzate. Persino in un depliant pubblicitario, i lavoratori appaiono al lavoro privi di guanti e mascherine, mostrando senza preoccupazioni queste condizioni di totale insicurezza. L`azienda e i suoi ex dirigenti  imputati smentiscono queste accuse. Resta, però, senza bisogno che lo si stabilisca in un processo, il dramma delle famiglie: figli e mogli lasciati soli, che non hanno fino a oggi trovato il coraggio di chiedere la verità, magari anche per la promessa di un posto di lavoro nella stessa fabbrica che gli aveva portato via un familiare.
La lettura del libro, edito da Coessenza (www.coessenza.org) è dura, a tratti straziante. Ecco l'intervista a Cirillo:

- Come nasce e si sviluppa la vicenda che raccontate nel libro, in sintesi?
Nasce alla fine degli anni '90, quando Luigi Pacchiano e Alberto Cunto operai della Marlane si presentarono ad una riunione ambientalista a Scalea e cominciarono a raccontare l’orrore delle morti di tumore. Per me fu uno shock vero e proprio. Il giorno dopo mi presentai ai cancelli della fabbrica e cominciai a parlare con gli operai cercando storie e verifiche a quanto mi era stato riferito. Nel 2001 pubblicai per la prima volta in un mio libro sui mali della Calabria un intervista a Luigi Pacchiano, che denunciò i fatti che avvenivano nella fabbrica suscitando le ire dei sindacati, dei partiti, della dirigenza e naturalmente del sindaco dell’epoca che era Praticò, il quale ci rifiutò la sala consiliare per presentare il libro. Per protesta lo presentammo nel cimitero con le vedove degli operai, che per la prima volta uscirono allo scoperto. Poi chiamai Alessandro Sortino che lavorava alle Iene e per la prima volta la storia finì su un canale nazionale.

- Ci puoi spiegare brevemente la storia del conte Rivetti e del Cristo di Maratea ?
Nel 1957 il conte Rivetti riesce ad ottenere un finanziamento di ben 6 miliardi di lire e costruisce sia il lanificio a Maratea denominato R1 che quello di Praia a Mare denominato R2. Fare il benefattore con i soldi dello Stato è stato molto semplice. Compra tutto quanto c’è da comprare, fino a determinare l’amministrazione comunale sia di Maratea che di Praia, entrambe democristiane. Poi ha l’idea del Cristo che non è per niente somigliante alle figure iconografiche, ma piuttosto a se stesso con un po’ di barba. Alla sua morte viene seppellito in una grotta basiliana posta sotto i piedi della statua ed inaccessibile ai visitatori.

- Quali sono le testimonianze che più vi hanno colpito e per quale motivo?
Le testimonianze degli ammalati e delle vedove, sono tutte terribili, in quanto parlano di sofferenza, di solitudine delle famiglie, di miseria vera e propria. Le famiglie colpite dal tumore sono state letteralmente abbandonate, spesso minacciate dai dirigenti, isolate dal resto del corpo operaio. La testimonianza di Franco De Palma resta centrale a tutto: in quanto colpito da tumore si autoaccusa di aver partecipato direttamente al seppellimento dei rifiuti tossici per decine e decine di anni. 

- I sindacati e le istituzioni calabresi cosa hanno fatto?
I sindacati e le istituzioni che adesso si sono costituiti parte civile, e parlo della regione, Provincia, Comune, CGIL, non hanno mai fatto nulla, nonostante fossero a conoscenza di quanto avveniva in fabbrica. Anzi hanno fatto di tutto per spingere al silenzio, minacciando con pubblici comunicati anche Pacchiano e Cunto, rappresentanti del sindacato Slai Cobas nella fabbrica.

- A che punto è il processo?
Il processo è al quarto rinvio. La prossima udienza si farà il 30 dicembre e di sicuro verrà rinviato nuovamente. La difesa dei 13 imputati, punta su una cosa sola, il boicottaggio a largo raggio di ogni cosa che possa far partire il processo. Ad ogni udienza escono fuori convocazioni errate, indirizzi errati, nomi errati. Uno stillicidio di errori che il deputato Boccuzzi, sopravvissuto alla strage della Tyssen, ha evidenziato con un interrogazione parlamentare.

- I media main stream hanno dato risalto alla vicenda?
La trasmissione Crash, che va in onda ogni mercoledì su Rai Tre, ha trasmesso per la prima volta un'inchiesta documentario di Giulia Zanfino collegata direttamente alla nostra inchiesta venuta fuori con il libro. Solo il Manifesto e Liberazione si sono occupati della vicenda, per il resto zero assoluto. I quotidiani regionali ad ogni udienza pubblicano i comunicati del sit-in davanti il tribunale di Paola, poi tutto ritorna nel dimenticatoio.


- Ed a Praia che si dice?
A Praia continuano a far finta di niente. La questione Marlane non fa parte del dibattito politico in quanto i due ex sindaci, Praticò e Lomonaco, di destra e di sinistra a seconda delle angolazioni, continuano ad avere peso politico per le prossime amministrative di aprile.

- Una parola per definire questa vicenda, a cosa hai pensato quando hai cominciato a mettere in fila i fatti?
Ho provato molta tristezza per la sfilza di operai morti ed ammalati e per lo loro famiglie, e molta rabbia. In Calabria storie di questo genere ne esistono diverse. Pensiamo a quanto avvenuto con il sotterramento di 35 mila tonnellate di rifiuti tossici nella piana di Sibari ed a come gli autori di questo crimine se la siano cavata con la prescrizione ed archiviazione del processo, iniziato e poi dissolto. Pensiamo alla situazione esistente a Crotone dove con i rifiuti sono state costruite scuole. Pensiamo alle mancate bonifiche nella Valle dell’Olivo, a San Calogero di Vibo, alla stessa Marlane di Praia. Pensiamo al silenzio tombale sulle navi dei veleni ed all’inutile sacrificio del comandante Natale de Grazia. In Calabria esiste un forte legame fra politica, settori della magistratura, ‘ndrangheta e massoneria che rende inutili tutti gli sforzi che cittadini onesti fanno per pulire dal marcio l’intera regione. Qui tutto è tossico.

- Che fine ha fatto la Marlane di Praia? Esiste ancora?
La Marlane è stata chiusa non per improduttività ma semplicemente perché è convenuto a Marzotto a spostarla in paesi dell’est, dove la manodopera costa molto meno e dove ancora sono attivi finanziamenti sia da parte della Comunità Europea che delle stesse nazioni.

La cosa incredibile di tutto il racconto è proprio questa: famiglie distrutte, persone umiliate costrette nel letto di ospedale a firmare il proprio licenziamento con la promessa del posto per un figlio ed alla fine la fabbrica chiude ed il lavoro rimane un miraggio, a differenza dei tumori che sono maledettamente reali.

Le tre leggende di Istanbul


Quante leggende avvolgono Istanbul? Quante di queste sono vere e quante nate dal fascino di una città   a metà  tra oriente ed occidente. Forse alcune sono nate nei vecchi bar, ormai ristrutturati, sotto il ponte di Galata. Altre, bevendo thè nero, vicino al palazzo Topkapi, alcune sono dovute al Raki, l'alcoolica bevanda, simile all'anice lattescente che si beve per le strade della ex capitale dell'Impero Ottomano. In alcuni casi, essere svegliato in piena notte dal muezzin che richiama alla preghiera e poi non riuscire più a chiudere occhio, può aver dato vita a vicende eroiche e meno eroiche che vengono tramandate di secolo in secolo.
Le tre leggende di Istanbul, racconta tre storie di questa straordinaria città . Quali saranno vere?

Le tre leggende Istanbul è un mockumentary girato, per gioco, da Claudio Metallo durante una vacanza nella città  turca.
Scaricalo da qui:
Le tre leggende di Istanbul