La fiamma del peccato
mercoledì 28 marzo 2012
domenica 25 marzo 2012
lunedì 19 marzo 2012
I medici della camorra, intervista con Corrado De Rose
di Claudio Metallo
Le mafie non rispettano nulla, al di là dei presunti codici etici. Neanche le malettie mentali e le effettive sofferenze di chi ne è affetto. I medici della camorra (edito da Castelvecchi) di Corrado De Rose, psichiatra campano, analizza il rapporto contorto della criminalità organizzata campana con la psichiatria e soprattutto, con i professionisti che prestano il loro servizio per redigere perizie compiacenti. Nel libro vengono raccontate varie storie, tra cui l'epopea psichiatrica di Raffaele Cutolo, fondatore e capo della Nuova Camorra Organizzata, che si faceva trasferire, a suo piacimento, da un ospedale psichiatrico all'altro. Anche i suoi avversari storici della Nuova Famiglia, i Giuliano, Ammaturo, i Nuvoletta, usavano gli stessi trucchi e, spesso gli stessi periti, ad esempio Aldo Semerari, noto psichiatra neofascista che eseguiva perizie per i due cartelli criminali, ma anche per la banda della Magliana.
Per tornare ai giorni nostri, De Rose tratta anche la vicenda di Raffaele Stolder, altro boss campano che tutt'ora cerca di uscire dal carcere adducendo motivi psichiatrici in un misto di verità e menzogna. Ovviamente, in questo saggio, vengono stigmatizzate le figure di alcuni psichiatri che lavoravano per la criminalità organizzata. Persone come, appunto, Aldo Semerari, di cui si cerca di capire quali possano essere state le reali ragione della sua uccisione e decapitazione. I medici della camorra è un libro curato nei dettagli. L'autore ci restituisce anche un quadro generale sulla storia della criminalità organizzata campana, dandoci i punti i riferimento di cui abbiamo bisogno perché questo storia sia chiara e ci dia la possibilità di inquadrare le vicende narrate nel loro contesto. Nel libro si parla, quindi del processo Cuocolo di inizio '900 per arrivare alla trattativa Stato-Cutolo-Brigate Rosse per la liberazione dell'assessore post terremoto dell'Irpinia Ciro Cirillo. Oltre alle varie vicende psichiatriche dei boss, rispunta dall'ombra il nome di Pasquale Scotti detto 'O collier, nome che gli deriva dal fatto di aver regalato una collana alla moglie di Cutolo, di cui era sodale. Scotti è sparito nel nulla la notte di natale del 1984, per ricomparire, nel 2008, firmando un manifesto mortuario fatto stampare dopo la morte del fratello. E' ancora latitante.
Si legge nel libro di De Rose che con l'approvazione della legge Gozzini (legge 663 del 1986) che "afferma la prevalenza della funzione rieducativa del carcere e della pena e dispone misure alternative come permessi premio, affido ai servizi sociali e detenzioni domiciliari, l'interesse per il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario da parte dei camorristi si riduce drasticamente e si orienta altrove."
Claudio Metallo: Come è nata l'idea di questo libro?
Corrado De Rose: Un po’ per caso. Nel senso che, da psichiatra, quando ho iniziato a fare perizie per conto dei giudici sugli autori di reato in Campania, ho iniziato a periziare affiliati di camorra. E da lì ho cercato di capire meglio chi e come faceva finta di essere pazzo per controllare i processi a suo carico. Così ho approfondito la cosa utilizzando cronaca, materiale giudiziario e perizie e consulenze tecniche di parte per capire meglio la questione.
CM: Mi ha colpito molto la dedica del libro. "A chi soffre realmente di un disturbo mentale", come mai hai usato questa frase?
CdR: Perché mi sembrava corretto a restituire alla sofferenza – vera - psichiatrica la sua dignità, visto che ho raccontato una storia che quella dignità la butta completamente all’aria.
CM: Come mai i camorristi ricorrono alle perizie false, tutto parte dal periodo di Raffaele Cutolo?
CdR: Cutolo è stato il maestro di quest’arte perversa. E, ai suoi tempi, sfruttava un sistema ampiamente diffuso. In realtà il ricorso alle perizie nasce dal fatto che i boss, Cutolo certamente più e prima di altri, hanno capito che attraverso le perizie possono ottenere sconti di pena o altri benefici come i domiciliari, per esempio.
CM: Uno dei casi limite del libro è quello di Stolder, ce lo puoi spiegare sinteticamente?
CdR: Raffaele Stolder ha una biografia incredibile: il padre faceva la claque al festival di San Remo, aveva nove tra fratelli e sorelle, una sorella sposata con Carmine Giuliano (il boss che venne fotografato nella vasca da bagno a forma di conchiglia con Diego Maradona), e una figlia consigliere per Forza Italia della municipalità di Napoli San Lorenzo Vicaria. Aveva legami trasversali, importava crack e corrompeva poliziotti. Aveva un bunker in una grotta che era un rifugio antiaereo nella seconda guerra mondiale dove aveva fatto istallare anche l'aria condizionata. Il suo giro di affari era da 150milioni di lire al mese di trent’anni fa e andava dall’Olanda al Sudamerica. La sintesi della sua storia psichiatrica può essere questa: uno che spesso è stato male davvero ma ancora più spesso ha simulato. Finendo per confondere le acque a tal punto da rendere difficilissimo il lavoro anche a chi ha dovuto occuparsi di lui dal punto di vista sanitario.
CM: Quali delle storie che hai raccontato ti ha colpito di più. Quale ti ha fatto saltare sulla sedia?
CdR: Indubbiamente la storia di Cutolo è quella più significativa: decine di perizie, un’evasione dal manicomio criminale di Aversa. E poi Cutolo si permetteva il lusso di criticare gli psichiatri, di stabilire per se stesso cosa era giusto e cosa no, era tanto ammanigliato che le perizie su di lui sostenevano cose, dal punto di vista psichiatrico, insostenibili. Ma anche la storia peritale di Umberto Ammaturo è surreale: è stato consulente di alcune cliniche private in Sudamerica e aveva una perizia in cui si diceva che parlava con i muli. Quella che mi ha stupito di più è quella di Carlo Montella: 19 differenti diagnosi psichiatriche che lo danno per un tronco vegetale o quasi, processi sospesi e poi dalle intercettazioni si apprende che scommette sulle partite dei mondiali del 2006.
CM: Nel libro racconti che ci sono alcuni medicinali che inducono al dimagrimento e che vengono usati dai camorristi per fingersi incompatibili al carcere, ci spieghi come funzionano?
CdR: Sono farmaci che riducono il senso della fame: amfetamine, cocaina, ormoni tiroidei. Oppure che fanno eliminare più velocemente i liquidi come i farmaci diuretici o i lassativi.
CM: Cosa pensi quando senti in televisione di un uomo potente che cerca di uscire dal carcere adducendo come pretesto l'incompatibilità?
CdR: Niente di particolare, tendenzialmente che fa parte delle strategie difensive di ciascuno. È il gioco delle parti. Ma che se chi dice di star male in carcere sta male davvero, deve essere curato. E che se quelle cure davvero non può riceverle in carcere, dal carcere deve uscire. È un diritto sancito dalla Costituzione. E poi di carcere si muore. In Italia ci si suicida in carcere 20 volte più che altrove.
CM: La strumentalizzazione delle malattie mentali è anche colpa è anche di alcuni psichiatri, ci sono dei metodi che possano garantire la loro correttezza nei processi?
CdR: Certo. Ma gli psichiatri non sono più corrotti di altri professionisti. Ci sono gli psichiatri corrotti come i commercialisti o gli avvocati corrotti. Io ho solo provato a riflettere su chi fa il mio stesso lavoro, a descrivere dal di dentro un sistema e a spiegare come funziona. Al momento non ci sono altri metodi che l’etica professionale. Se la legge prevede che tu possa essere il perito di un giudice in un processo a carico di un boss e il consulente di parte del cugino di quel boss in un altro processo, è chiaro che non ci sono troppe regole che garantiscano questa correttezza. Magari, una selezione più attenta dei periti e una valutazione dei curriculum di chi si iscrive all’albo dei periti in tribunale (ad oggi per iscriversi basta pagare una tassa) potrebbe ridurre il rischio di affidare gli incarichi a persone poco esperte.
Le mafie non rispettano nulla, al di là dei presunti codici etici. Neanche le malettie mentali e le effettive sofferenze di chi ne è affetto. I medici della camorra (edito da Castelvecchi) di Corrado De Rose, psichiatra campano, analizza il rapporto contorto della criminalità organizzata campana con la psichiatria e soprattutto, con i professionisti che prestano il loro servizio per redigere perizie compiacenti. Nel libro vengono raccontate varie storie, tra cui l'epopea psichiatrica di Raffaele Cutolo, fondatore e capo della Nuova Camorra Organizzata, che si faceva trasferire, a suo piacimento, da un ospedale psichiatrico all'altro. Anche i suoi avversari storici della Nuova Famiglia, i Giuliano, Ammaturo, i Nuvoletta, usavano gli stessi trucchi e, spesso gli stessi periti, ad esempio Aldo Semerari, noto psichiatra neofascista che eseguiva perizie per i due cartelli criminali, ma anche per la banda della Magliana.
Per tornare ai giorni nostri, De Rose tratta anche la vicenda di Raffaele Stolder, altro boss campano che tutt'ora cerca di uscire dal carcere adducendo motivi psichiatrici in un misto di verità e menzogna. Ovviamente, in questo saggio, vengono stigmatizzate le figure di alcuni psichiatri che lavoravano per la criminalità organizzata. Persone come, appunto, Aldo Semerari, di cui si cerca di capire quali possano essere state le reali ragione della sua uccisione e decapitazione. I medici della camorra è un libro curato nei dettagli. L'autore ci restituisce anche un quadro generale sulla storia della criminalità organizzata campana, dandoci i punti i riferimento di cui abbiamo bisogno perché questo storia sia chiara e ci dia la possibilità di inquadrare le vicende narrate nel loro contesto. Nel libro si parla, quindi del processo Cuocolo di inizio '900 per arrivare alla trattativa Stato-Cutolo-Brigate Rosse per la liberazione dell'assessore post terremoto dell'Irpinia Ciro Cirillo. Oltre alle varie vicende psichiatriche dei boss, rispunta dall'ombra il nome di Pasquale Scotti detto 'O collier, nome che gli deriva dal fatto di aver regalato una collana alla moglie di Cutolo, di cui era sodale. Scotti è sparito nel nulla la notte di natale del 1984, per ricomparire, nel 2008, firmando un manifesto mortuario fatto stampare dopo la morte del fratello. E' ancora latitante.
Si legge nel libro di De Rose che con l'approvazione della legge Gozzini (legge 663 del 1986) che "afferma la prevalenza della funzione rieducativa del carcere e della pena e dispone misure alternative come permessi premio, affido ai servizi sociali e detenzioni domiciliari, l'interesse per il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario da parte dei camorristi si riduce drasticamente e si orienta altrove."
Claudio Metallo: Come è nata l'idea di questo libro?
Corrado De Rose: Un po’ per caso. Nel senso che, da psichiatra, quando ho iniziato a fare perizie per conto dei giudici sugli autori di reato in Campania, ho iniziato a periziare affiliati di camorra. E da lì ho cercato di capire meglio chi e come faceva finta di essere pazzo per controllare i processi a suo carico. Così ho approfondito la cosa utilizzando cronaca, materiale giudiziario e perizie e consulenze tecniche di parte per capire meglio la questione.
CM: Mi ha colpito molto la dedica del libro. "A chi soffre realmente di un disturbo mentale", come mai hai usato questa frase?
CdR: Perché mi sembrava corretto a restituire alla sofferenza – vera - psichiatrica la sua dignità, visto che ho raccontato una storia che quella dignità la butta completamente all’aria.
CM: Come mai i camorristi ricorrono alle perizie false, tutto parte dal periodo di Raffaele Cutolo?
CdR: Cutolo è stato il maestro di quest’arte perversa. E, ai suoi tempi, sfruttava un sistema ampiamente diffuso. In realtà il ricorso alle perizie nasce dal fatto che i boss, Cutolo certamente più e prima di altri, hanno capito che attraverso le perizie possono ottenere sconti di pena o altri benefici come i domiciliari, per esempio.
CM: Uno dei casi limite del libro è quello di Stolder, ce lo puoi spiegare sinteticamente?
CdR: Raffaele Stolder ha una biografia incredibile: il padre faceva la claque al festival di San Remo, aveva nove tra fratelli e sorelle, una sorella sposata con Carmine Giuliano (il boss che venne fotografato nella vasca da bagno a forma di conchiglia con Diego Maradona), e una figlia consigliere per Forza Italia della municipalità di Napoli San Lorenzo Vicaria. Aveva legami trasversali, importava crack e corrompeva poliziotti. Aveva un bunker in una grotta che era un rifugio antiaereo nella seconda guerra mondiale dove aveva fatto istallare anche l'aria condizionata. Il suo giro di affari era da 150milioni di lire al mese di trent’anni fa e andava dall’Olanda al Sudamerica. La sintesi della sua storia psichiatrica può essere questa: uno che spesso è stato male davvero ma ancora più spesso ha simulato. Finendo per confondere le acque a tal punto da rendere difficilissimo il lavoro anche a chi ha dovuto occuparsi di lui dal punto di vista sanitario.
CM: Quali delle storie che hai raccontato ti ha colpito di più. Quale ti ha fatto saltare sulla sedia?
CdR: Indubbiamente la storia di Cutolo è quella più significativa: decine di perizie, un’evasione dal manicomio criminale di Aversa. E poi Cutolo si permetteva il lusso di criticare gli psichiatri, di stabilire per se stesso cosa era giusto e cosa no, era tanto ammanigliato che le perizie su di lui sostenevano cose, dal punto di vista psichiatrico, insostenibili. Ma anche la storia peritale di Umberto Ammaturo è surreale: è stato consulente di alcune cliniche private in Sudamerica e aveva una perizia in cui si diceva che parlava con i muli. Quella che mi ha stupito di più è quella di Carlo Montella: 19 differenti diagnosi psichiatriche che lo danno per un tronco vegetale o quasi, processi sospesi e poi dalle intercettazioni si apprende che scommette sulle partite dei mondiali del 2006.
CM: Nel libro racconti che ci sono alcuni medicinali che inducono al dimagrimento e che vengono usati dai camorristi per fingersi incompatibili al carcere, ci spieghi come funzionano?
CdR: Sono farmaci che riducono il senso della fame: amfetamine, cocaina, ormoni tiroidei. Oppure che fanno eliminare più velocemente i liquidi come i farmaci diuretici o i lassativi.
CM: Cosa pensi quando senti in televisione di un uomo potente che cerca di uscire dal carcere adducendo come pretesto l'incompatibilità?
CdR: Niente di particolare, tendenzialmente che fa parte delle strategie difensive di ciascuno. È il gioco delle parti. Ma che se chi dice di star male in carcere sta male davvero, deve essere curato. E che se quelle cure davvero non può riceverle in carcere, dal carcere deve uscire. È un diritto sancito dalla Costituzione. E poi di carcere si muore. In Italia ci si suicida in carcere 20 volte più che altrove.
CM: La strumentalizzazione delle malattie mentali è anche colpa è anche di alcuni psichiatri, ci sono dei metodi che possano garantire la loro correttezza nei processi?
CdR: Certo. Ma gli psichiatri non sono più corrotti di altri professionisti. Ci sono gli psichiatri corrotti come i commercialisti o gli avvocati corrotti. Io ho solo provato a riflettere su chi fa il mio stesso lavoro, a descrivere dal di dentro un sistema e a spiegare come funziona. Al momento non ci sono altri metodi che l’etica professionale. Se la legge prevede che tu possa essere il perito di un giudice in un processo a carico di un boss e il consulente di parte del cugino di quel boss in un altro processo, è chiaro che non ci sono troppe regole che garantiscano questa correttezza. Magari, una selezione più attenta dei periti e una valutazione dei curriculum di chi si iscrive all’albo dei periti in tribunale (ad oggi per iscriversi basta pagare una tassa) potrebbe ridurre il rischio di affidare gli incarichi a persone poco esperte.
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domenica 18 marzo 2012
sabato 17 marzo 2012
In memoria di Donato Bergamini
di Claudio Metallo
L'inchiesta su Donato Denis Bergamini è stata riaperta e nella puntata del 14 dicembre 2011, la trasmissione Chi l'ha visto ha dato conto degli sviluppi. In studio, c'erano la mamma ed il papà del calciatore ed il loro avvocato. Molte delle questioni portate ieri all'attenzione della pubblica opinione, in realtà erano già state sviscerate nel libro di Carlo Petrini Il calciatore suicidato edito da Kaos Edizioni. Cos'è successo a Donato Bergamini? Il 19 novembre 1989 muore il forte centrocampista del Cosenza di quegli anni che fu tra i protagonisti della storica promozione in serie B della stagione '87-'88. Dopo ventiquattro anni la squadra ritrovava la serie cadetta guidata da Gianni Di Marzio che aveva sostituito (non si sa bene perché) Franco Liguori, provocando una dura reazione dei giocatori che avevano deciso di non presentarsi agli allenamenti. Protesta rientrata dopo le minacce del presidente dell'epoca Carratelli. Donato Bergamini è nato a Boccaleone in provincia di Ferrara, arriva a Cosenza nella stagione '85-'86. A soli 27 anni muore sulla statale 106, all'altezza di Roseto Capo Spulico. La sua presunta fidanzata disse che il calciatore si era tuffato sotto le ruote di un camion che passava sulla strada. In città c'è grande commozione. Molti dei compagni di squadra giurano che l'ipotesi del suicidio è inverosimile perchè "Donato era un ragazzo pieno di vita". Bergamini era considerato uno dei giocatori più rappresentativi della squadra, alla stregua del suo migliore amico Michele Padovano, al punto che dopo la sua morte la curva sud venne intitolata proprio al giocatore ferrarese. Il camionista calabrese che guidava l'autoveicolo è stato assolto dall'accusa di omicidio. L'inchiesta della magistratura non portò a nessuna verità comprovata, ma aprì una serie di voragini. Ad esempio, la "fidanzata" di Bergamini andò con un'auto di passaggio fino ad un bar ad avvertire prima sua madre e poi i giocatori in ritiro pre-partita e si trattenne al telefono con uno di essi Francesco Marino. Qui cominciano le incongruenze perché la ragazza non accennerà a questi particolari che verranno scoperti solo dopo, il camionista investitore cambierà la sua versione dei fatti un paio di volte. I giocatori del Cosenza, compreso il coinquilino e grande amico di Bergamini, Padovano, non daranno nessun aiuto all'inchiesta. Il caso si chiuderà in un nulla di fatto, anche se l'indagine non riuscì a dimostrare né il suicidio, né l'omicidio. Alcuni giornali durante l'inchiesta comincieranno a parlare delle influenze della'ndrangheta cosentina sulla squadra. Anni dopo l'ex potente boss Franco Pino dichiarò di aver truccato una partita (Cosenza-Avellino) e come garanzia di aver tenuto in ostaggio la moglie di un giocatore della squadra avversaria al San Vito. Il dubbio che emerge è che la morte di Bergamini sia un omicidio collegabile ad un traffico di droga messo in piedi dalla criminalità cosentina. La macchina che il calciatore usava, una maserati bianca, era piena di doppi fondi ed intercapedini dov'era possibile nascondere qualsiasi cosa. Il padre di Bergamini, Domizio, ascoltato dal magistrato il 2 dicembre 1989 riferisce di una telefonata, ricevuta nella loro casa di Boccaleone, che aveva messo in grande agitazione il figlio che addirittura, secondo la testimonianza, "...era paonazzo, sudava ed alla attaccatura dei capelli aveva delle bollicine come dopo una profonda e intensa emozione." L'altro fatto strano è che nel giorno della morte Bergamini andò al cinema "Garden" con il resto della squadra, ma fu prelevato da due uomini a metà del film o almeno così risulta secondo alcune non provate testimonianze. Di sicuro il giocatore sparì dal cinema, non tornò nel ritiro e poi fu trovato morto sulla statale 106. A dire dei giocatori nessuno si accorse della sua assenza. In questa vicenda il problema che fa nascere vari sospetti è proprio questo: ci sono testimonianze che poi vengono cambiate, lettere anonime e non che cercano d'indirizzare sul totonero le indagini, una di queste arriva alla procura di Castrovillari, un'altra lettera indirizzata a Domizio Bergamini parla del coinvolgimento della presunta fidanzata di Donato e di un dirigente del Cosenza in un traffico di droga. Il dirigente consegnava una scatola di cioccolatini al calciatore che la passava alla ragazza e poi la scatola si ritrovava nel pullman del Cosenza che portava i giocatori in trasferta. La lettera continuava sostenendo che Donato l'aveva aperta e non avrebbe dovuto farlo. Depistaggi? Inoltre l'avvocato della famiglia del calciatore fece analizzare ad un perito, il professor Antonio Dell'Erba, i risultati dell'autopsia sul corpo di Donato. Tra gli elementi mancanti per un'accurata analisi, c'erano i vestiti indossati dal giocatore che hanno una storia abbastanza incredibile: i genitori non riescono a farseli ridare dall'ospedale dove fu portato il ragazzo. Padre Fedele, secondo Domizio Bergamini, gli avrebbe detto che Donato era stato ucciso e la prova era nei vestiti. Dopo qualche tempo le scarpe di Bergamini vengono consegnate alla famiglia grazie a Domenico Corrente, factotum della squadra, con la preghiera di non farlo sapere a nessuno. Le scarpe sono intatte e pulite e lo dimostrano anche le foto scattate dopo l'incidente dai carabinieri e mostrate ieri a Chi l'ha visto?. Nelle foto si vede il corpo di Bergamini intatto, con un gilet di raso intatto. Com'è possibile che un uomo investito da un camion e trascinato per sessanta metri sia perfettamente vestito e senza un graffio? Un magazziniere del Cosenza, Alfredo Rende, aveva chiamato i genitori per dirgli che voleva parlare con loro della morte del figlio: anche lui morì sulla 106 Jonica insieme a Corrente travolti da un camion che sbanda e distrugge la loro macchina. Questa è una vicenda tragica senza verità in cui un ragazzo muore e senza che i suoi familiari riescano a sapere cosa sia successo. Una storia di omertà dove sembra chiaro che chi sa qualcosa tace e chi sospetta e potrebbe essere utile non si fa avanti. Vorrei concludere citando il libro di Carlo Petrini che ha cercato di mettere in fila questi fatti in maniera completa, a cui mi sono rifatto per scrivere queste righe e di cui consiglio la lettura: "Sulla morte di Bergamini è stata fatta un'inchiesta superficiale, piena di buchi e di errori, che ha dovuto fare i conti con un muro di omertà costruito all'interno della squadra". L'altra cosa che mi fa venire il voltastomaco ripensando a questa vicenda è che nessun giornalista sportivo ha avuto il coraggio d'indagare su questa storia, di ricostruire la vicenda, di cercare di restituire qualcosa ad un ragazzo di 27 anni morto tra inganni, bugie e silenzio. Molti giornalisti sportivi dell'epoca, d'altronde, sono gli stessi che hanno nascosto ed alimentato la cosidetta calciopoli e che fanno a gara ad arruffianarsi i vari potenti del pallone. Persone che rispettano la volontà superiori di tenere tutte le questioni scomode, come questa, fuori da qualsiasi possibile svelamento nel mondo dorato del calcio.mercoledì 14 marzo 2012
C'era una volta Lisbon Story...
Vincenzo Muccioli e la 5 conferenza nazionale sulle droghe.
Vincenzo Muccioli e la 5 conferenza nazionale sulle droghe.
Tra il 12-13-14 marzo 2009, a Trieste, s'è svolta la 5° conferenza nazionale sulle droghe. Nel parterre non potevano mancare Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi che hanno partorito quell'idiozia che è la legge n°29/2006 sulle droghe, meglio conosciuta come Fini/Giovanardi. Una legge che tra le varie stupidità, contiene l'equiparazione tra droghe leggere (ad esempio cannabis o hashish) e droghe pesanti (ad esmpio cocaina o eroina). E' storia che il proibizionismo favorisce i guadagni della criminalità organizzata: è successo negli anni del proibizionismo alcolico negli Stati Uniti. Periodo in cui si sono arricchiti in molti tra cui il bisnonno di John F. Kennedy ed anche il nostro conterraneo Rocco Perre che Antonio Nicaso nel libro che gli ha dedicato chiama Piccolo Gatsby .
La legge Fini/Giovanardi non solo va nella direzione del proibizionismo più intransigente (e quindi ottuso o in malafede), ma indica anche alla criminilatà su quale droga puntare. Se un narcotrafficante va in giro con cento grammi di erba o con cento grammi di cocaina rischia la stessa pena. La cocaina costa, al consumatore, sei o sette volte l'erba. Con cosa deciderò d'invadere il mercato per fare un sacco di soldi? Nonostante, ormai, sia considerato quasi 'uno di sinistra' Fini ha firmato due delle leggi più agghiaccianti del governo Berlusconi del 2001-2006: la legge sulle droghe e la Bossi/Fini altro capolavoro legislativo che, anche lui, vorrebbe adesso modificare. Buona fortuna.
Nella conferenza sulle droghe si sono succedute vari interventi, alcuni al limite del ridicolo.
Andando sul sito dell'evento campeggia il francobollo ufficiale dell'iniziativa: ci sono tre bei faccioni tra cui Vincenzo Muccioli! Mi stropiccio gli occhi, riguardo ed effettivamente, c'è proprio Muccioli, quello di San Patrignano. Si sa che il caro Vincenzo aveva molti amici politici ed è stato anche difeso, nei vari processi in cui è stato imputato, dall' avvocato Carlo Taormina.
Ah, già i processi: San Patrigano è stata considerata per molti anni un campo di prigionia. Il Corriere della Sera del 3 settembre 1995 riporta che durante il 15° Congresso mondiale di psichiatria sociale, i professori Sergio De Risio e Mario Cagossi dell' Istituto di psichiatria dell' Università Cattolica del Sacro Cuore, definirono la comunità come "... un paradosso nelle dimensioni che contraddice l' idea di comunita' terapeutica che si fonda innanzitutto sulle piccole quantita' dei suoi membri (15, 20 al massimo) e richiede un' organizzazione centrata sulle necessita' del singolo e del gruppo. Non e' possibile che si fondi una comunita' in senso proprio dove c' e' una quantita' elevata di soggetti. Una comunita' di questo tipo potra' avere tutti i pregi possibili, ma sicuramente in essa si concentrano e si accumulano tensioni che difficilmente si possono governare". Muccioli fu accusato, in vari processi, di costringere con la forza le persone a rimanere nella comunità durante le crisi d'astinenza e a "indebite restrizioni della libertà personale dei soggetti interessati "(Tribunale di Rimini, Sentenza 16/02/1985 ,pag.6)
Nel 1993, Franco Grizzardi, un ex ospite denunciò che un ragazzo, Roberto Maranzano, dato per disperso dal 1989 in circostanze mai chiarite da Muccioli, era stato pestato a morte nella porcilaia, che diventerà tristemente famosa, perché era indisciplinato: alzava lo sguardo mentre si mangiava ed era cattiva educazione.
" 'E' pazzesco che Roberto Maranzano sia stato punito perché nella macelleria di San Patrignano non si poteva alzare lo sguardo mentre si mangiava.' Corre un brivido tra il pubblico quando il pm Franco Battaglino racconta in aula perché Maranzano fu massacrato, 5 anni fa, nella porcilaia della comunità per tossicodipendenti più grande d' Europa. Per la prima volta i tanti fotogrammi da film dell' orrore sul "delitto di San Patrignano" arrivano in un' aula del tribunale. E' il giorno in cui il gip, Vincenzo Andreucci, deve decidere se confermare il rinvio a giudizio per Muccioli (accusato di omicidio colposo e concorso in occultamento del cadavere) e quale sentenza pronunciare per i 7 ragazzi coinvolti nell' atroce pestaggio di Maranzano." (Repubblica 24 febbraio 1994).
Dopo la denuncia di Grizzardi, il cadavere di Maranzano fu ritrovato in una discarica presso Napoli. L'autopsia confermò che la morte fu causata da un pestaggio. L'autista di Muccioli, Walter Delogu, aveva registrato lo stesso, caritatevole Muccioli (fervente cattolico) che cercava di convincere Grizzardi a non testimoniare (registrazione ascoltata in aula il 2 novembre 1995) ed in seguito, a proposito di alcuni possibili testimoni, si è lasciato sfuggire: "Ci vorrebbe un' overdose... due grammi d' eroina e un po' di stricnina... bisogna operare come con i guanti del chirurgo. Oppure bisognerebbe sparargli con una pistola sporca."
Mi sembra giusto dedicare un francobollo ad un benefattore di questa caratura morale.
Nel processo viene fuori che la porcilaia è un luogo dove le punizioni corporali erano all'ordine del giorno: viene fuori che era usuale schiacciare i testicoli, dare calci e pugni.
Durante gli anni del processo, un ex dipendente di Sanpatrignano, presentandosi volontariamente al Commissariato di Polizia, dichiarò di aver ricoperto per anni il ruolo preposto al recupero e pestaggio dei fuggitivi agli aordini di Vincenzo Muccioli. Vennero pure allo scoperto alcuni strani suicidi, come quelli di Natalia Berla e Gabriele De Paola, avvenuti nella primavera dell'89 e quello di Fioralba Petrucci, risalente al giugno 1992. Tutte e tre le persone si sono suicidate mentre si trovavano in clausura punitiva all'interno della comunità, gettandosi dalle finestre delle stanze in cui erano chiuse.
Chiaramente molti altri ospiti si decisero a denunciare le violenze subite ed addirittura violazioni della legge elettorale in favore di politici amici.
Tra il 12-13-14 marzo 2009, a Trieste, s'è svolta la 5° conferenza nazionale sulle droghe. Nel parterre non potevano mancare Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi che hanno partorito quell'idiozia che è la legge n°29/2006 sulle droghe, meglio conosciuta come Fini/Giovanardi. Una legge che tra le varie stupidità, contiene l'equiparazione tra droghe leggere (ad esempio cannabis o hashish) e droghe pesanti (ad esmpio cocaina o eroina). E' storia che il proibizionismo favorisce i guadagni della criminalità organizzata: è successo negli anni del proibizionismo alcolico negli Stati Uniti. Periodo in cui si sono arricchiti in molti tra cui il bisnonno di John F. Kennedy ed anche il nostro conterraneo Rocco Perre che Antonio Nicaso nel libro che gli ha dedicato chiama Piccolo Gatsby .
La legge Fini/Giovanardi non solo va nella direzione del proibizionismo più intransigente (e quindi ottuso o in malafede), ma indica anche alla criminilatà su quale droga puntare. Se un narcotrafficante va in giro con cento grammi di erba o con cento grammi di cocaina rischia la stessa pena. La cocaina costa, al consumatore, sei o sette volte l'erba. Con cosa deciderò d'invadere il mercato per fare un sacco di soldi? Nonostante, ormai, sia considerato quasi 'uno di sinistra' Fini ha firmato due delle leggi più agghiaccianti del governo Berlusconi del 2001-2006: la legge sulle droghe e la Bossi/Fini altro capolavoro legislativo che, anche lui, vorrebbe adesso modificare. Buona fortuna.
Nella conferenza sulle droghe si sono succedute vari interventi, alcuni al limite del ridicolo.
Andando sul sito dell'evento campeggia il francobollo ufficiale dell'iniziativa: ci sono tre bei faccioni tra cui Vincenzo Muccioli! Mi stropiccio gli occhi, riguardo ed effettivamente, c'è proprio Muccioli, quello di San Patrignano. Si sa che il caro Vincenzo aveva molti amici politici ed è stato anche difeso, nei vari processi in cui è stato imputato, dall' avvocato Carlo Taormina.
Ah, già i processi: San Patrigano è stata considerata per molti anni un campo di prigionia. Il Corriere della Sera del 3 settembre 1995 riporta che durante il 15° Congresso mondiale di psichiatria sociale, i professori Sergio De Risio e Mario Cagossi dell' Istituto di psichiatria dell' Università Cattolica del Sacro Cuore, definirono la comunità come "... un paradosso nelle dimensioni che contraddice l' idea di comunita' terapeutica che si fonda innanzitutto sulle piccole quantita' dei suoi membri (15, 20 al massimo) e richiede un' organizzazione centrata sulle necessita' del singolo e del gruppo. Non e' possibile che si fondi una comunita' in senso proprio dove c' e' una quantita' elevata di soggetti. Una comunita' di questo tipo potra' avere tutti i pregi possibili, ma sicuramente in essa si concentrano e si accumulano tensioni che difficilmente si possono governare". Muccioli fu accusato, in vari processi, di costringere con la forza le persone a rimanere nella comunità durante le crisi d'astinenza e a "indebite restrizioni della libertà personale dei soggetti interessati "(Tribunale di Rimini, Sentenza 16/02/1985 ,pag.6)
Nel 1993, Franco Grizzardi, un ex ospite denunciò che un ragazzo, Roberto Maranzano, dato per disperso dal 1989 in circostanze mai chiarite da Muccioli, era stato pestato a morte nella porcilaia, che diventerà tristemente famosa, perché era indisciplinato: alzava lo sguardo mentre si mangiava ed era cattiva educazione.
" 'E' pazzesco che Roberto Maranzano sia stato punito perché nella macelleria di San Patrignano non si poteva alzare lo sguardo mentre si mangiava.' Corre un brivido tra il pubblico quando il pm Franco Battaglino racconta in aula perché Maranzano fu massacrato, 5 anni fa, nella porcilaia della comunità per tossicodipendenti più grande d' Europa. Per la prima volta i tanti fotogrammi da film dell' orrore sul "delitto di San Patrignano" arrivano in un' aula del tribunale. E' il giorno in cui il gip, Vincenzo Andreucci, deve decidere se confermare il rinvio a giudizio per Muccioli (accusato di omicidio colposo e concorso in occultamento del cadavere) e quale sentenza pronunciare per i 7 ragazzi coinvolti nell' atroce pestaggio di Maranzano." (Repubblica 24 febbraio 1994).
Dopo la denuncia di Grizzardi, il cadavere di Maranzano fu ritrovato in una discarica presso Napoli. L'autopsia confermò che la morte fu causata da un pestaggio. L'autista di Muccioli, Walter Delogu, aveva registrato lo stesso, caritatevole Muccioli (fervente cattolico) che cercava di convincere Grizzardi a non testimoniare (registrazione ascoltata in aula il 2 novembre 1995) ed in seguito, a proposito di alcuni possibili testimoni, si è lasciato sfuggire: "Ci vorrebbe un' overdose... due grammi d' eroina e un po' di stricnina... bisogna operare come con i guanti del chirurgo. Oppure bisognerebbe sparargli con una pistola sporca."
Mi sembra giusto dedicare un francobollo ad un benefattore di questa caratura morale.
Nel processo viene fuori che la porcilaia è un luogo dove le punizioni corporali erano all'ordine del giorno: viene fuori che era usuale schiacciare i testicoli, dare calci e pugni.
Durante gli anni del processo, un ex dipendente di Sanpatrignano, presentandosi volontariamente al Commissariato di Polizia, dichiarò di aver ricoperto per anni il ruolo preposto al recupero e pestaggio dei fuggitivi agli aordini di Vincenzo Muccioli. Vennero pure allo scoperto alcuni strani suicidi, come quelli di Natalia Berla e Gabriele De Paola, avvenuti nella primavera dell'89 e quello di Fioralba Petrucci, risalente al giugno 1992. Tutte e tre le persone si sono suicidate mentre si trovavano in clausura punitiva all'interno della comunità, gettandosi dalle finestre delle stanze in cui erano chiuse.
Chiaramente molti altri ospiti si decisero a denunciare le violenze subite ed addirittura violazioni della legge elettorale in favore di politici amici.
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