sabato 10 marzo 2012

Amaro in bocca! la doppia faccia della manifestazione No Ponte di Villa San Giovanni del 2010.


di Claudio Metallo

Un solo no e tanti si! Questo è il senso della manifestazione contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Circa ventimila persone hanno detto no alla costruzione del mostro sullo stretto e hanno detto si al rafforzamento del trasporto pubblico, ad una soluzione condivisa per l'ammodernamento (chiamiamolo così) della Salerno - Reggio Calabria, alla messa in sicurezza delle zone di Calabria e Sicilia dissestate idrogeologicamente, ad un piano antisismico, alla bonifica delle terre e dei fiumi inquinati come la zona del fiume Oliva tra  Campora S.G. ed Amantea che, al di là delle belle parole, è rimasta solo sulla carta.
In sostanza, si sono stabilite quali sono le vere priorità. Come hanno scritto Osvaldo Pieroni ed Alberto Ziparo su Il Manifesto del 20 dicembre 2009:  "...No Ponte! significa buttare definitivamente a mare il vecchio modello di sviluppo meridionale - tra l'altro rivelatosi fallimentare - che ha prodotto i disastri economici ed ambientali di cui sono marcati i contesti siciliani e calabresi". Sfilando per Villa San Giovanni non si può non pensare a quali danni il cemento abbia fatto in queste zone e viene da riflettere anche su quale catastrofe possa diventare una forte scossa di terremoto, se non si comincia da subito a lavorare per mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati della costa, ma anche dell'entroterra reggino. Fa pensare anche il fatto che è bastata la prima neve e la prima pioggia dell'anno per mettere in crisi il sistema ferroviario e stradale della Calabria e della Sicilia: infatti molte persone sono rimaste bloccate ed hanno avuto difficoltà infinite ad arrivare in manifestazione.
I disagi per chi si sposta in questi giorni pre natilizi sono gravissimi ed i ritardi dei treni raggiungono le cinque ore. Prima di spendere sei miliardi di euro (che saranno di sicuro il quadruplo, in puro italian style), un esamino di coscienza un ministro dei trasporto di buon senso e non, del poco propenso ai rischi, capitalismo italiano, se lo dovrebbe fare. A proposito di politici: la giunta regionale era sicuramente ben rappresentata, soprattutto dopo la mossa elettorale dell'uscita dalla Stretto di Messina S.P.A., la società che sta drenando il denaro pubblico verso le casse di  Impregilo, senza che ci sia neanche un progetto abbozzato dell'opera.
Non poteva mancare l'adesione di Pippo Callipo, ormai sempre più orientato a far vincere le elezioni a Scopelliti. Fa sorridere che sia lui il campione di legalità in Calabria e si presenti con il partito di Di Pietro che, quando era ministro delle infrastrutture ha evitato la chiusura della Stretto di Messina, adducendo ridicoli motivi di penali da pagare ad Impregilo. A quest'ora ci stavamo raccontando un'altra storia. A proposito di Scopelliti, sarà curioso vedere con chi stringerà patti per conquistare la presidenza della regione. Speriamo che non faccia come Alemanno, che pur di vincere le elezioni si è alleato con fascisti, più beceri di lui. Dico questo, perché i topi di cui parlo, a Reggio Calabria hanno incendiato il C.S.O.A. Cartellla di Gallico (attivissimo nelle lotte ambientali e non solo) qualche anno fa e prima dell' intensificarsi delle iniziative No Ponte di quest'anno, hanno cercato d'intimidire gli attivisti con volantini in cui si minacciava di ucciderli. Che strana coincidenza: da nord a sud le minacce dei fascisti arrivano sempre nel momento in cui si stanno creando le basi per incrementare il conflitto e l'opposizione sociale.
A proposito di controllo: sicuramente la 'ndrangheta non sarà stata contenta di vedere così tanta gente, nonostante le condizione meteorologiche infami, a lottare contro un opera che andrà a riempire le tasche di mafiosi e 'ndranghetisti oltre che dei soliti noti di Impregilo. Stranamente, tra le persone meno contente dello svolgimento del corteo, c'era il commissario prefettizio di Villa San Giovanni, mandato proprio per ricreare un tessuto sociale devastato dalle infiltrazione mafiose. La società civile, oltre ai militanti, ha risposto all'appello della rete No ponte. Non c'è stata la stessa risposta degli abitanti di Amantea e dintorni in occasione del corteo del 24 ottobre, ma comunque la manifestazione del 19 resta un segnale incoraggiante che spinge a proseguire questa lotta.
Purtroppo, questa giornata, è stata macchiata da un grave lutto: la morte di Franco Nisticò, ex sindaco di Badolato (CZ), comune tra i primi ad iniziare l'esperienza di accoglienza dei migranti che molti paesi calabresi, stanno portando avanti in questi anni. La morte di Franco Nisticò, forse si poteva evitare, ma sarà difficile stabilirlo.
Andiamo con ordine: nei giorni prima della manifestazione, come successe ad Amantea, si è cominciata a spargere (ad arte) la voce dell'arrivo di orde di Black Bloc a Villa. Il commissario prefettizio ha chiesto ai villesi di chiudere i negozi e farsi un week end fuori casa. Qualche giorno prima del corteo viene fatto sapere che è stata ritrovata una macchina piena di spranghe vicino alla piazza da cui partirà la manifestazione. Si mormora che siano stati i fascisti o almeno così fanno trapelare voci dalla questura. Il giorno del corteo c'è un dispiegamento di forze incredibile: ci sono i vigili, la polizia provinciale, i carabinieri, la polizia, la finanza, la guardia costiera e persino le guardie ecozoofile! Vengono fatti controlli di documenti nel mucchio senza nessuna specifica motivazione. Ovviamente non c'è nessun fermo, non ce ne sarebbe motivo, ma ogni movimento viene controllato, ogni strada secondaria presidiata in maniera vistosa. Purtroppo in mezzo a questo delirio securitario, arrivati alla fine del corteo, in una piazza allestita con un palco per i concerti e gli interventi delle varie associazioni, centri sociali e singoli, Nisticò ha un infarto. Aveva appena finito di parlare. Sembra incredibile, ma il prefetto e gli altri funzionari del disordine, non hanno pensato a tenere un'ambulanza sul posto. Infatti il mezzo era stato mandato via. Quando s'è chiamata l'ambulanza dal palco ci si è accorti che non c'era più. Subito è stato chiamato il 118. Intanto si è chiesto alla polizia di mettere a disposizione il loro mezzo di soccorso che non aveva neanche la bombola di ossigeno. Dopo un po' di titubanza dei funzionari, con conseguente tensione crescente, Nisticò viene portato via, purtroppo morirà poco dopo. Dall'infarto alla partenza del mezzo della polizia sono passati circa quaranta minuti. Se fossi il prefetto ed il responsabile dell' asl competente, mi sentirei sulla coscienza un morto. L'ennesimo caso di malasanità ed organizzazione cialtrona dell'ordine pubblico.
La gente nella piazza si scalda moltissimo, non si può vedere morire una persona così! La polizia per tutta risposta infila caschi, imbraccia scudi e manganelli e si prepara ad una carica. Bel modo di tenere l'ordine dopo quello che è successo. Per fortuna l'intelligenza ed il senso di responsabilità dei compagni in piazza prevale sulla rabbia. La manifestazione viene sospesa, non appena la gente comincia ad andare via, in modo da evitare altri problemi. Una giornata che era iniziata bene, nonostante la pioggia, finisce con l'amaro in bocca.
Vorrei chiudere con le parole del comunicato delle 'compagne e dei compagni dell' Unical':
"...Franco era questo: un Compagno! Non era semplicemente come molti giornali scrivono: un esponente del "Comitato per l'SS 106". Battersi per l'ammodernamento della "statale della morte" è stata solo l'ultima parte del suo lungo percorso di lotte. Franco era un antirazzista, uno di quelli che tra i primi, sia come cittadino che come sindaco, si è battuto per l'integrazione della comunità kurda a Badolato, ha accolto ed aiutato chi era in difficoltà, consapevole che la solidarietà umana non può essere subordinata ad un permesso di soggiorno. È stato un sindacalista attivo nelle lotte per il lavoro e la dignità della nostra gente. Uno di quelli che non si tira mai indietro, uno di quelli convinti che siamo noi a scrivere la nostra storia nelle piazze e nelle strade, con le nostre mani e le nostre menti. Uno di quelli abituati ad urlare la propria degna rabbia.
Franco Nisticò è stato e sarà sempre uno di noi!"

Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la “Padania”

Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole - come quelle sulle panchine - o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori -  sono i venditori di cibo etnico.

di Antonello Mangano – Claudio Metallo [www.terrelibere.org]

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.
Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”. Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.
Se sei nero cambia tutto
La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.
Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro - Buccinasco - viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ad Adro (Brescia), c'è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.
La mafia non esiste
Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero. Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi). Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.
Leggi criminogene
E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.
La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.
La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli. Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

venerdì 9 marzo 2012

Noi il pizzo non lo paghiamo: è una questione di dignità.


di Claudio Metallo
 
Il nuovo documentario che sto finendo di montare, realizzato insieme a Miko Meloni e Nicola Grignani, s'intitola 'Un Pagamu - la tassa sulla paura. E' ambientato a Lamezia Terme, terza città della Calabria, con l'aereoporto più grande della regione e che, nonostante  gli sforzi dell'amministrazione retta da un sindaco di SEL, non è riuscita ancora a liberarsi del C.I.E., ex CPT.
Iniziamo le riprese nel centro storico di Nicastro, nei vicoli, ma anche su Corso Numistrano ed in piazza San Giovanni. Proprio nella piazza incontriamo Cecè, un ristoratore - militante che ha vissuto dieci anni a Bologna e poi ha deciso di ritornare a Lamezia perché: "Volevo fare qualcosa di mio ed a Bologna c'erano già tante cose belle.".

Cecè gestisce, con la sua compagna, un circolo Arci con cucina (Rua Sao Joao) e fino a poco tempo fa anche la bottega del commercio equo e solidale che, però, è stato costretto a chiudere perché purtroppo l'idea non ha attecchito.

Ci dice che è difficile portare avanti alcune attività in questo territorio, ma è ottimista: da quando è tornato da Bologna ha visto che ci sono stati dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la lotta alle 'ndrine locali, cioè i Cerra-Torcasio e gli Iannazzo-Giampà, che sono in guerra da circa dieci anni, e si sono lasciati dietro circa 38 morti.
Nonostante tutto, Cecè ha notato una crescita nella città anche grazie al tentativo di alcune associazioni o singoli individui di porsi obiettivi comuni, di fare rete, di condividere esperienze ed aiutarsi reciprocamente. Questo nuovo impulso, ha dato forza propulsiva al cambiamento della città, nonostante i protagonismi e le oggettive difficoltà sociali e culturali.

Un esempio di buon associazionismo lametino è l'associazione antiracket della città (ALA), nata nel 2003. Il presidente, Armando Caputo, ci chiarisce subito che hanno accettato di darci una mano a realizzare il documentario, perché hanno capito che si trattava di dipingere un ritratto positivo della lotta alla 'ndrangheta lametina. Ci dice che non bisogna nascondere le cose brutte, i problemi, ma spiega: "Un imprenditore che il giorno prima voleva denunciare, vede la sera in televisione un servizio fatto benissimo, per carità, ma dove si dice che la 'ndragheta ha tutte le armi che vuole, soldi a palate e che controlla la politica. L'imprenditore, il giorno dopo non denuncia più!".  Anche Armando Caputo, pone l'accento sulla questione culturale. Ci spiega che c'è chi ha convenienza a pagare il pizzo ed aggiunge che per lui, è un nemico chiunque faccia affari con gli 'ndranghetisti.

Tra gli intervistati c'è chi arriva a dire che la cultura mafiosa pervade la nostra società e la fa "marcire". Ci vorrà tempo per cambiare le cose. Non si scorge nei loro occhi la sensazione di essere delle mosche bianche, ma anzi c'è la dignità di chi ha reagito e di chi ha dimostrato che si può combattere la 'ndrangheta anche senza armi. Il fatto che comunque in seguito ad alcune denunce non ci sia stata una reazione a catena in città, come successe a Palermo, lascia un po' perplessi tutti, ma non scoraggiati. Alla domanda : " Dopo di lei, altri colleghi l'hanno seguita?", rivolta ad alcuni commercianti che erano riusciti a liberarsi dagli estortori, la risposta è sempre no. Alcuni quasi ridendo dicono che, però hanno ricevuto telefonate ed attestati di stima.
In realtà, girando questo documentario, mi sono reso conto che non sono pochi i commercianti che hanno deciso di non pagare. E' vero che non c'è stata un'ondata di gente che ha denunciato gli estortori e i loro complici, dopo le prime collaborazioni, ma è pur vero che si è passati da una situazione in cui, i primi membri dell'antiracket si riunivano, quasi in segreto ed in alcuni casi estremi all'insaputa di una parte dei soci, alla possibilità di lavorare alla luce del sole, invertendo in parte una situazione che costringeva 'i buoni' alla semiclandestinità, mentre 'i cattivi' potevano tranquillamente ritrovarsi in un bar o in un ristorante.

Trovo fondamentale che ci siano associazioni che riescano a non far sentire soli imprenditori o negozianti che denunciano i propri strozzini. L'impressione è che a Lamezia, la 'ndrangheta sia appunto una questione culturale più che di affiliati e di risorse economiche. Il problema, insomma, è di ordine sociale, culturale e politico. Bisogna essere radicali nella vita di tutti i giorni per evitare contaminazioni con un modo di fare che è diventato prassi. Inevitabilmente, in un territorio come il nostro, un atteggiamento del genere può complicare la vita anche per avere semplicemente una licenza o farsi delle analisi mediche, però se esiste una cultura mafiosa deve esistere una cultura contrapposta, una controcultura civile che porti avanti una rivoluzione culturale, appunto. E' scontato, ma vero, che la lotta alle mafie condotta dal punto di vista militare elimina la monovalanza, ma non colpisce quella che una volta si chiamava la zona grigia e che ormai si è fatta Stato ed impresa.

Testimoni.

Riusciamo ad incontrare Rocco Mangiardi. Ci riceve nel suo negozio di autoforniture. Mangiardi è un uomo riservato: "Non sono abituato alle telecamere."  ci dice subito un po' emozionato, ma sorridente. Mangiardi è stato il primo commerciante lametino a puntare il dito contro i suoi taglieggiatori, in un aula di tribunale, quelli della cosca Giampà. Il reggente del clan, Pasquale Giampà, non ha chiesto il rito abbrevviato che, oltre alla riduzione di un terzo della pena, esclude il confronto in aula tra accusato e accusatore. Rocco Mangiardi pensa che Giampà l'abbia fatto di proposito, convinto che lui non l'avrebbe indicato. Invece, non è andata così:"A miei figli ho cercato di passare alcuni valori, se non andavo avanti con questo discorso, rinnegavo quello che gli avevo insegnato. Potevano dirmi: ci hai insegnato una cosa ed adesso che puoi metterla in pratica ti tiri indietro?"
Non pagare è una questione di dignità. Ci dice Francesco Palmieri, un altro commerciante lametino: "Se ti pago, io divento tuo schiavo. Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Anche Armando Caputo ci spiega che, pur non avendo mai pagato, quando lui ed i suoi familiari sono entrati in trattativa con gli estortori (per prendere tempo e capire cosa chiedevano) si vergognava della sua debolezza.

Le cifre richieste possono arrivare fino a 1000/1200 euro al mese, una grossa somma di denaro con cui si potrebbe assumere un nuovo dipendente o essere costretti a licenziarne uno. Il meccanismo che s'innesca, una volta che si è entrati nella spirale del pagamento del pizzo, è esattamente quello che viene descritto da Palmieri: "Tu entri in casa mia e fai quello che vuoi.". Spesso, l'estorsione è solo il pretesto per entrare in possesso di un buon negozio o rivenditore, da parte di una cosca. I meccanismi possono essere tanti: l'assunzione di un parente degli 'ndranghetisti o l'ingresso come socio di uno di essi. Quasi sempre si finisce con il perdere la propria attività.

I nostri intervistati, chiedono di poter lavorare dove sono nati, spesso le loro aziende sono state ereditate dai genitori e hanno una conduzione familiare. Il legame è, quindi, ancora più forte. In alcuni casi da una generazione ad un'altra sono cresciuti, aprendo filiali a Catanzaro o in altre città della Calabria. Queste persone assumono in regola i propri lavoratori e nei loro negozi, trovi sempre giovani che lavorano al bancone o in magazzino. Sono imprenditori onesti e ribadiscono sempre la distinzione con gli imprenditori collusi che hanno un altro concezione di rispetto del lavoro. Per ogni problema si può chiamare la 'ndrina di riferimento. Si riesce più facilmente a vincere un appalto al ribasso magari abbattendo i costi di personale e materiali, da gonfiare poi con le 'variabili in corso d'opera', dicitura magica per gli imprenditori edili che può significare triplicare o quadruplicare i guadagni. Si riesce ad avere commesse da altre imprese colluse, invece può succedere anche che se l'imprenditore non paga il pizzo le aziende fornitrici non gli vendono più i prodotti di cui si ha bisogno per lavorare e, magari, anche i singoli clienti si allontanano, perché non si vogliono mischiare. Daniele Godino, della ditta Godino pneumatici, ci racconta che molti imprenditori non capiscono che il fatto di pagare non mette al sicuro da ritorsioni e problemi:"non sei più libero". La famiglia Godino ha subito un gravissimo attentato il 26 ottobre del 2006. Qualcuno ha appiccato il fuoco alle gomme della loro rivendita. Le fiamme si sono propagate per tutta il palazzo (quattro piani) dove abitavano gli altri familiari di Daniele, distruggendo tutto. I Godino si sono rimessi subito al lavoro e hanno ricostruito casa e negozio, anche grazie all'aiuto dei lametini e dell'amministrazione comunale guidata da Gianni Speranza. Il sindaco ci racconta di come la vicenda, nella sua tragicità, dev'essere considerata un esempio per la celerità con cui le istituzioni sono intervenute, ma anche per la forza ed il coraggio dei Godino che già dal giorno dopo l'incendio hanno ricominciato a lavorare con quelle poche gomme scampate alle fiamme. Anche Speranza ci parla di un territorio difficile, ma come gli altri è consapevole che andarsene via equivarrebbe ad una resa, a consegnare anche questo pezzo di Calabria alla 'ndrangheta. Il sindaco non ha avuto neanche il tempo d'insediarsi dopo la prima elezione (2005) che i soliti noti hanno dato alle fiamme il portone d'ingresso del comune. Un avvertimento a lui, ma anche ai consiglieri eletti, visto che Speranza, al suo primo mandato, non aveva la maggioranza in consiglio comunale.

Perché rimanere in un territorio così complicato.

Ogni intervistato ha dato una risposta diversa, ma ugualmente interessante, alla domanda: "Perché hai deciso di restare?".
Cecé ha risposto semplicemente che pensa di avere una certa sensibilità e che le cose storte le avrebbe viste ovunque ed avrebbe cercato di cambiarle e quindi: "perché non farlo in Calabria?".
Anche il legame con il territorio, con le proprie radici è determinate per la scelta di restare.
Daniele Godino si mette a ridere, quando gli viene posta questa domanda ed aggiunge: "Non c'è mai balenato per la testa di andarcene. Perché bisogna darla vinta a questa gente? Che senso ha? Scappi tu, ma il fenomeno rimane."
C'è invece chi ha risposto di avere dei dipendenti e di non essere intenzionato a lasciarli senza stipendio, in una regione dove anche lavorare è un lusso. In molti ci hanno raccontato di voler far studiare i propri figli, magari in altre regioni, ma di sperare che tornino per dare il loro contributo a cambiare questa terra. In Calabria, anche questo sembra rivoluzionario. E' sorprendente come la parola 'delegare' non venga mai pronunciate in nessuna della sua forme. Non solo non si accetta la delega nei confronti del politico, ma non si vuole delegare neanche ai loro figli il piacere di cercare di riprendersi, dopo la loro vita, anche la loro terra: bisogna cambiare insieme.

Non pagare il pizzo aiuta a crescere.

Sembra un assunto semplice: gli imprenditori crescono, guadagnano più soldi, assumono, creano ricchezza per loro e, si spera, per gli altri. Dove c'è il controllo della criminalità organizzata, alcuni imprenditori decidono di non far crescere la propria azienda, perché pensano che se sono piccoli e restano piccoli, non avranno problemi e nessuno verrà a chiedere loro di sborsare una cifra mensile per non subire violenze. La lotta alle mafie dovrebbe essere il primo obiettivo degli irriducibili del libero mercato e della concorrenza, come ad esempio la Confindustria che, al di là delle belle parole, continua a latitare. D'altronde sono i grandi imprese ad alimentare e stringere alleanze con le mafie e spesso a cercare un contatto sul territorio nel momento in cui si avvia un appalto o una filiale. Nella mia ingenuità, mi sorprese molto parlare nel 2006 con Lorenzo Diana, ex senatore campano dei D.S., e sentirmi raccontare come, la commissione antimafia (di cui, all'epoca, faceva parte) avesse scoperto che per gli appalti del TAV in Campania, Impregilo e le sue controllate andavano a cercare i reggenti mafiosi di zona per mettersi d'accordo su forniture, subappalti, movimento terra e per non avere problemi con operai sindacalizzati. Dire di no al pizzo è un modo per aiutare l'economia della Calabria ed al controllo capillare del territorio della 'ndrangheta, al suo 'istituzionalizzarsi' e legittimarsi attraverso una tassa.
Farebbero meno paura.

giovedì 8 marzo 2012

5 anarchici ed una rivolta

di Claudio Metallo

Il 22 luglio del 1970 alle 17:10, la Freccia del Sud, treno di emigranti che seguiva la tratta Palermo-Torino, deragliava a circa un km da Gioia Tauro.

Ci furono 6 morti e 139 feriti. I marescialli della Polizia De Carlis e Ciliberti esclusero senza ombra di dubbio l'origine dolosa del deragliamento.

In realtà si trattava di un attentato ed a questo ne seguirono altri della stessa matrice tra Gioia Tauro, Villa San Giovanni e nella stessa Reggio Calabria.

Elvio Catenacci degli affari riservati del ministero degli interni, giunto di persona, disse che non c'era dolo ed era colpa de macchinisti.

Sono passati 40 anni, ho tra le mani il libro di Fabio Cuzzola, 5 anarchici del Sud - una storia negata (edizioni Città del Sole). Il libro racconta la storia di 5 ragazzi che furono assassinati il 26 settembre del 1970 tra Ferentino ed Anagni, tamponati da un camion. Si chiamavano Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso ed Annalise Borth. I cinque anarchici stavano andando a Roma, alla manifestazione contro Nixon, l'ex presidente degli Stati Uniti. Avevano con loro alcuni documenti riguardanti la Rivolta di Reggio Calabria e l'attentato alla Freccia del Sud e li stavano portando ad i compagni romani per parlarne assieme.

Gli stessi compagni della capitale testimonieranno che i calabresi avevano raccolto materiale tale da "far tremare l' Italia.". Molti dei documenti, che non sono mai stati ritrovati, anche l'infiltrazione da parte dei fascisti italiani e greci in varie azioni di guerriglia nella città dello stretto, ma anche nella vicina Messina. L'altro sospetto è che le carte contenessero le prove del coinvolgimento dello Stato (per le omissioni nelle indagini), della 'ndrangheta, del comitato per Reggio capoluogo di Ciccio Franco, degli industriali reggini nell' attentato alla Freccia del Sud. All'epoca la matrice terroristica era stata esclusa ed è stata accertata solo 23 anni dopo.

Nel 1994 Giacomo Lauro, un pentito della 'ndrangheta, ha raccontato che diede il suo contributo nella strage. Lo confermò Carmine Dominici del movimento neo fascista  Avanguardia Nazionale di Valerio Junio Borghese, a Reggio Calabria. Lauro disse che l'attentato era stato compiuto materialmente con l'aiuto della 'ndrangheta. Lauro accusò: Vito Silverini, Renato Marino, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro di essere il braccio armato che faceva attentati per conto di Borghese con il coinvolgimento di Ciccio Franco ed il comitato Reggio Capoluogo composto, tra gli altri, da Renato Meduri (quello che voleva cacciare Gratteri dalla Calabria), Paolo Romeo, Benito Sembianza, Felice Genovese Zerbi ed Angelo Calafiore. I finanziatori degli attentati pare fossero Mauro, quello del caffè e Matacena Amedeo, quello dei traghetti.



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La serie di attentati dinamitardi (ben 44 in meno di due anni) nel reggino, s'inquadrava nella strategia della tensione e nella svolta a destra della rivolta di Reggio. Svolta che era già nell'aria visto che addirittura Amintore Fanfani, all'epoca presidente del Senato, intervenendo al premio Villa San Giovanni, si rivolse ad alcune persone che gridavano "Reggio capoluogo!", dicendogli che "...Reggio Calabria non è seconda ad alcuno, giacché quando su queste coste approdarano i coloni- non i colonelli...-greci, presero avvio le più alte forme di civiltà culturale e sociale." (vedi Reggio 1970 di Fabio Cuzzola, Donzelli editore). Era il 12 luglio del 1970. Uno strano riferimento quello ai colonnelli greci che tre anni prima avevano realizzato il colpo di Stato proprio in Grecia.

Si sa che i De Stefano appoggiarono l'estrema destra fascista e coprirono latitanti fascisti ed a Reggio erano di casa Concutelli, Delle Chiaie e Junio Borghese. Forse anche la 'ndrangheta voleva il colpo di stato, oppure era un modo per ottenere favori. Proprio secondo Concutelli,  Paolo De Stefano frequenta la casa di Stefano Delle Chiaie, in via del Sartorio, a Roma.

Altro particolare inquietante dei rapporti 'ndrangheta-neofascismo riguarda l'incontro di Montalto, sull'Aspromonte, del 26 ottobre 1969 tra le cosche calabresi. Stranamente la riunione annuale viene tenuta non a Polsi, come ogni anno, con buona pace della Curia romana e calabrese, ma in una località diversa ed in giorni diversi, rispetto alla tradizione.

La riunione viene interrotta da un blitz della polizia e trapela la notizia, mai confermata, che a quella assemblea delle cosche ci fosse anche Valerio Junio Borghese che era venuto a cercare l'appoggio della 'ndrangheta per il colpo di Stato che tenterà qualche anno dopo. Il giorno dopo, Borghese, terrà un tumultuoso comizio non autorizzato a Reggio Calabria.

I cinque anarchici, forse, avevano scoperto avevano le prove dei legami tra 'ndragheta e neofascisti?

Questa tesi viene avvalorata dalle telefonate tra i ragazzi ed i compagni di Roma e poi dal fatto che sul luogo dell'incidente arriva immediatamente la polizia politica, non si sa per quale motivo, evidentemente sapevano chi c'era nella macchina distrutta? La morte di Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso ed Annalise Borth è strana, come lo sono le indagini, strane ed approsimative: I cinque ragazzi viaggiavano in autostrada per raggiungere Roma e muoiono sbandando contro un camion di proprietà indovinate di chi' Di Valerio Junio Borghese.

I 2 autisti che sono anche suoi dipendenti, testimoniano che sono stati superati ad alta velocità dalla Mini Morris con a bordo i cinque, che sbandando ha colpito il camion e si è ribaltata. In realtà non verrà mai stabilito come sia andato l'incidente, anche perché pare che due corpi dei ragazzi sia stati sbalzati fuori a causa di un violento tamponamento, quindi la testimonianza dei due camionisti sarebbe falsa.

Il mezzo pesante coinvolto nell'incidente non verrà sequestrato per gli accertamenti: La notizia viene scoperta perché lo stesso camion è coinvolto in un altro incidente che provoca altri morti. La stampa cerca immediatamente di screditare i ragazzi: si dice che corressero a velocità folle, cosa che risultò essere falsa. Si sa che i giornalisti prima sparano e poi chiedono chi va là. Su Il Tempo, che ha la faccia tosta di autoproclamarsi 'quotidiano indipendente' (lo è tanto quanto De Gasperi era comunista), si comincia a parlare degli amori di Annelise Roth, da bravi vigliacchi si insinua l'idea che sia una ragazza facile, che va con tutti. Il Tempo pubblica, addirittura, la notizia che la Roth sia l'amante di Valpreda. Insomma grande giornalismo. Nessuna importanza viene data alla sparizione dei documenti nella macchina compresa l'agenda di Franco Scordo.

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Come ricordano molti storici e giornalisti tra cui Roberto Bortone: "La destra all'inizio chiama gli scioperanti teppisti e cialtroni, ma quando il comitato di azione finisce sotto il controllo del segratario provinciale della Cisnal Francesco Franco, si schiera con la sollevazione. Nasce lo slogan: Boia chi molla.."

Ed i fascisti cominceranno a chiamare la rivolta di Reggio "la nostra rivolta." Il neo fasci...ehm presidente della Regione Calabria, Scopelliti del PDL (rimarrà con Silvio o andrà con Ginfranco?), il 14 luglio del 2000 intitolò l'arena di Reggio Calabria a Ciccio Franco, dicendo che "Omaggiare i caduti di quella rivolta, i suoi protagonisti rappresenta la vera continuità". Speriamo che non voglia cominciare a mettere le bombe anche lui e far ammazzare gente in autostrada.

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La Rivolta di Reggio Calabria, di fatto, è stata una rivolta di popolo e negarlo sarebbe storicamente falso. Molta gente che stava sulle barricate non aveva una istanza politica reale da portare avanti se non quella di conquistare una vita migliore, se necessario, attraverso gli scontri di piazza: una cosa del tutto legittima.
Purtroppo, i capirione fascisti cercarono di fomentare solo il campanilismo contro Catanzaro, anche perché i loro scopi, a giudicare dagli intrecci con i neofascisti di Avanguardia Nazionale , erano diversi da quelli del resto della popolazione reggina.In realtà, le istanze delle gente vengono ignorate: dopo i morti, i feriti, le barricate si cede ad un fasullo pacchetto Colombo e la protesta rientra. Se non fosse dimostrato questo coinvolgimeno dell' estrema destra italiana verrebbe da pensare che i vari Ciccio Franco e compagnia cantante hanno creduto nella realizzazione del piano industriale per Reggio. Un'altra ipotesi è che lo slogan coniato dai compagni: "Ribelliamoci per non cambiare nulla, ribelliamoci perché il nostro nemico è il governo, lo stato...del quale poi divento sicuro parlamentare stipendiato." era molto aderente alla realtà e risentito oggi fa venire in mente certi parlamentari della Lega Nord.

mercoledì 7 marzo 2012

Battisti ed i reduci del terrorismo

di Claudio Metallo


Premetto che molte delle cose che scrivo in questo articolo sono, brutalmente, riprese da Carmilla on line.

Uno dei tanti trucchi, per parlare d'altro, del governo Berlusconi è il così detto 'caso Battisti'.

Cesare Battisti era un portiere, non di calcio, ma di uno stabile. Non era un intellettuale, come Renato Curcio o altri ex combattenti armati. Viene arrestato nel 1979, riesce a fuggire (si dice con l'aiuto di Gianmaria Volonté) e rimane fuori dall'Italia per molti anni. Diventa un apprezzato scrittore, ma su di lui pende la scure del temibile Franco Frattini, ministro degli esteri italiano che non ha niente di meglio da fare che incarognirisi sulla sua estradizione. Gli italiani sono in guerra in Afghanistan, Iraq e sono presenti in Libano, dopo il vergognoso attacco di Israele al paese dei cedri. C'è la questione climatica. Ci sono in corso trattative per ridurre le emissioni di co2 e salvare il pianeta. Frattini, però, preferisce dedicare il suo tempo ad insultarsi con alcuni ministri brasiliani. E' seccante, ripetersi, ma non dimentichiamo che questi tizi sono gli eredi del "Me ne frego!".

Battisti è accusato di un omicidio che non ha commesso. Il 16 febbraio 1979, venne ucciso il gioielliere Luigi Pietro Torregiani. Costui aveva sparato, uccidendolo, Orazio Daidone: uno dei due rapinatori che avevano preso d’assalto il ristorante Il Transatlantico. Un cliente, Vincenzo Consoli, morì nella sparatoria, un altro rimase ferito. Torregiani venne ucciso come monito a tutti quelli che cercavano di farsi giustizia da soli. Non si può sorvolare sul fatto che, il gioielliere, si sia messo a sparare in mezzo alla sala affollata di un ristorante perché erano state rubate qualche collanina ed un po' di soldi, provocando, di fatto, la reazione dei rapinatori.

Battisti non faceva parte del commando che uccise Torregiani. Gli esecutori dell'omicidio (Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi e Giuseppe Memeo) furono catturati poco tempo dopo l’agguato, e hanno scontato le condanne inflittegli. Pare che le testimonianze che accusano l' 'ex-terrorista' (?) siano state estorte con la forza e la violenza da parte delle forze dell'ordine. Metodi usuali, quando  i funzionari dello stato, vogliono ottenere qualcosa, sia pure il semplice dileggio della persona.
Perché continuare a cercare di portare in carcere Battisti?

In molte trasmissioni televisivi si vede un signore sulla sedia a rotelle che ne chiede l'immediata estradizione: deve pagare per quello che ha fatto. Il signore in carrozzina è Alberto Torregiani, figliastro del gioielliere. Vedendolo, subito, si penserà che è rimasto ferito da Battisti o dagli altri componenti del gruppo di fuoco. Nessuno cerca mai di chiarire come quel tizio sia rimasto colpito. La realtà, come sempre, è più cruda della fantasia: è stato il padre di Alberto a ferirlo e condannarlo per sempre a rimanere su una sedia a rotelle. Luigi Pietro Torregiani era un uomo dal grilletto facile, una specie di Maurizio Merli de noantri., neanche un Callaghan. Battisti viene anche accusato di essere uno dei mandanti dell'omicidio e l'organizzatore dell'attentato. In realtà, il gruppo di cui Battisti faceva parte (Proletari Armati per il Comunismo) era composto da circa sessanta militanti e lui era uno fra i tanti e, come dicevo prima, non essendo un intellettuale ed anzi venendo da piccoli furti e rapine, non faceva parte del direttivo dei PAC.

PAC è una delle svariate sigle degli anni '70, distanti anni luce dall'ideologia delle Brigate Rosse (basta leggere la storia e guardare meno tv). Un gruppo che non può, dunque, essere legate alle attuali B.R.. Allora perché continuare ad insistere con la richiesta di estradizione? Penso che non ci sia un reale motivo, se non quello di parlare d'altro e, per alcuni, di semplice vendetta. Anche perchè, chi ci governa adesso, è stato protagonista diretto di quegli anni, dalla parte dei fascisti: quelli che hanno messo le bombe a piazza Fontana o alla stazione di Bologna. Quelli che probabilmente in alcuni casi le hanno sonoramente prese dai compagni e forse adesso sono pervasi da un senso di rivalsa. Fa venire una rabbia indescrivibile sapere che nessuno dei vari assassini fascisti (due parole troppo spesso inscindibili), esecutori delle stragi, sia stato inseguito con lo stesso accanimento che è toccato a Cesare Battisti. Non mi risulta che si stia facendo la guerra al Giappone per mettere in galera Delfo Zorzi, condannato all'ergastolo nel 2001 per la strage di Piazza Fontana, di cui ricorre il 40° anniversario il 12 dicembre (si può dire o siamo dei pericolosi sovversivi?). Zorzi vive tranquillamente nel paese del sol levante (o dell'avvenir?), produce borse ed è proprietario della catena di negozi, Oxus, che vende anche in Italia senza che nessuno abbia fatto chiudere questi esercizi. Non mi pare che Frattini, si sia speso per far rientrare un pericoloso stragista insultando il ministro degli esteri giapponese. Comunque, se sei un stragista fascista puoi circolare liberamente nel nostro paese che è quello di Cesare Beccaria, ma anche del 'recidivo' codice Rocco.

Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, tra gli esecutori della strage alla stazione di Bologna, sono liberi, girano per le nostre città tranquillamente. Quel 'fine pena mai' scritto sui loro fascicoli giudiziari rimanie solo su carta.

La strage di Bologna del 2 agosto del 1980 fece 85 morti! Ottantacinque! La Mambro è stata riconosciuta colpevole di 95 omicidi! Ripeto: novantacinque! Sottolineo che questi sono solo gli esecutori di un disegno autoritario fascista portato avanti dai neofascisti e dallo Stato, già, perché i mandanti non hanno fatto mai un giorno di galera e non sappiamo neanche con certezza chi effettivamente siano. Ma allora di che stiamo parlando?

martedì 6 marzo 2012

Un uomo da bruciare

  • di Claudio Metallo

    "Ancilu era e nun avìa l’ali,
    santu nun era e miraculi facìa
    'ncelu acchianava senza cordi e scali
    e senza appidamenti nni scinìa,
    era l’amuri lu so’ capitali
    e sta ricchezza a tutti la spartìa
    Turiddu Carnivali nnuminatu
    E comu Cristu murìu ammazzatu".

    tratto da Lamentu pi la morti di Turiddu Carnevali
    di Ignazio Buttitta

    Un uomo da bruciare  è un film straordinario scritto e diretto da Valentino Orsini e Paolo e Vittorio Taviani nel 1962.
    La storia che vi si narra è liberamente ispirata alla vita di Salvatore 'Turiddu' Carnevale, sindacalista siciliano, ucciso il 16 maggio del 1955 da mano mafiosa su ordine dei latifondisti di Sciara, in provincia di Palermo. La storia di Turiddu Carnevale è emblematica di un passaggio importante della storia del nostro paese e del Meridione: Vito Lo Monaco, presidente del Centro Pio La Torre, sintetizza così il concetto: «l'uccisione di Carnevale segnò simbolicamente il passaggio della mafia dalle campagne alla città. Dal feudo alle cave, dalla lotta per la terra alla difesa dei diritti sindacali, fu un processo continuo di emancipazione fondata sull'organizzazione moderna degli sfruttati. Carnevale fu ucciso mentre si recava nella cava dove aveva iniziato una dura lotta sindacale per il rispetto delle otto ore giornaliere di lavoro».
    Nel film di Orsini e dei fratelli Taviani, si racconta anche questo passaggio, con coraggio, in un periodo dove non esisteva neppure il reato di associazione mafiosa. I mandanti non furono mai scoperti ed il processo per l'omicidio di 'Turiddu' si concluse con tre assoluzioni. Tra i difensori dei tre accusati c'era il futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone.
    I giornali del continente trattarono questo omicidio con sufficienza, cercando di denigrare la figura di Carnevale. Il giornale padronale per eccellenza, Il corriere della sera, dedica un trafiletto alla vicenda, non sentendo il bisogno di approfondire queste storie di terroni.
    In Sicilia, c'erano voluti parecchi morti per sollecitare gli abitanti dell' isola a votare per la Democrazia Cristiana e non per socialisti e comunisti. Ci ricorda Umberto Ursetta nella presentazione del suo libro Salvatore Carnevale. La mafia uccise un angelo senza ali, che "Nel giro di pochi anni, dal 1944 al 1948, sono quarantuno le persone assassinate e centinaia quelle ferite. L’episodio più eclatante della strategia terroristica della mafia è la strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio del 1947 in occasione della festa del lavoro."
    Il Fronte popolare (Partito Socialista e Partito Comunista) vinse le elezioni dell' Assemblea Regionale Siciliana, tenutesi il 20 aprile 1947. Il 18 aprile del 1948, alle elezioni politiche la DC ottiene uno straordinario consenso in Sicilia. Nei primi dieci giorni di marzo dello stesso anno vengono uccisi Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto due dirigenti sindacali molto in vista, riconosciuti come leader popolari. Scrive così Umberto Ursetta nella presentazione del libro: "La mattanza consumatasi nella seconda metà degli anni quaranta non aveva avuto come teatro solo la Sicilia, le masse lavoratrici dell’intero Meridione erano state colpite da un’ondata di brutale violenza. In tutte le regioni furono in molti a cadere sotto il piombo della mafia e delle forze di polizia. Lo scontro sociale in quegli anni si manifestò in forme molto aspre. Gli interessi padronali furono difesi con particolare durezza e si può tranquillamente dire, senza tema di sbagliare, che ci fu una pianificazione nella repressione delle lotte dei braccianti e dei contadini nelle campagne e nei centri urbani agricoli. Solo così si spiega l’elevato numero di caduti che si ebbe in quegli anni."
    L'omicidio di Carnevale matura in un contesto pacificato, in una situazione in cui c'erano ancora molti diritti da conquistare, ma bisognava già iniziare a difendere quelli appena conquistati.
    Quest'anno ricorrono anche altri due anniversari importanti: uno di Giuseppe Valarioti, segretario del Partito Comunista di Rosarno, assassinato l'11giugno del 1980  e l'altro di Giannino Lo Sardo, segretario capo della procura di Paola (CS) ed assessore comunista del comune di Cetraro, ucciso il 21 giugno dello stesso anno. Tutti e due gli omicidi hanno a che fare con la 'ndrangheta, ma in tutti e due i casi i moventi non sono stati provati sopra ogni ragionevole dubbio, soprattutto per quanto riguarda il delitto Lo Sardo i punti oscuri rimangono moltissimi.